L'intervista

Don Giampietro Esposito: «Questo Papa darà del filo da torcere ai potenti della Terra»

Ottant’anni, sacerdote dal 1969, è ancora sulla breccia. «Ho imparato che la vita va progettata come un architetto pensa una casa: puoi fare delle modifiche, ma il disegno iniziale non si straccia»

Don Giampietro Esposito: «Questo Papa darà del filo da torcere ai potenti della Terra»

Che il mondo fosse un posto complicato, don Giampietro Esposito lo ha sperimentato da appena nato, inconsapevolmente, all’ufficio anagrafe. Un’impiegata distratta, non avvezza alla grammatica, cambia la “M” di Giampietro con la “N”. Pertanto, ogniqualvolta firmava un atto di matrimonio doveva suo malgrado sottostare all’errore stampigliato sui documenti.

Che ricordo ha della scuola?

«In prima e seconda elementare ho avuto una maestra formidabile. La chiamavamo “la maestrina” perché era bassa di statura. Ci ha insegnato a lavorare bene, con precisione. Ci ha insegnato il rispetto. Poi in quarta è arrivato un maestro che mi ha lasciato un segno enorme. Si chiamava Virgilio Noris».

Cosa fece di così decisivo?

«Il primo giorno di scuola trovammo scritto alla lavagna: “Fai agli altri ciò che desideri sia fatto a te”. Allora non sapevo che era una frase del Vangelo. Lui l’aveva laicizzata facendone l’architrave del suo programma didattico. Se la scrivessero adesso non so cosa potrebbe succedere all’insegnante. Ebbene, il maestro Noris ci insegnò che non esistono buoni e cattivi, ma che esistono le persone e nessuno di noi è autorizzato a esercitare il disprezzo, la prevaricazione, bensì la solidarietà. Quando presi messa, nonostante ci fossimo persi di vista ho mobilitato i miei parenti affinché lo rintracciassero per invitarlo alla cerimonia».

Sente che in quell’esperienza sia maturata la radice della sua vocazione?

«Diciamo che ha contribuito, anche se è difficile comprendere l’inizio di una vocazione. Non è come accendere una lampadina che si passa dal buio alla luce. Passo passo mi ci sono trovato dentro, frequentando il seminario di Clusone dal 1956 al 1959 e poi a Bergamo fino al 1969: tredici anni».

Quando prese la decisione definitiva di diventare prete?

«A ventitré anni e mezzo, col diaconato. Lì ti chiedono se, con libertà totale, hai intenzione di avvicinarti al sacramento dell’ordine oppure di rinunciare. Io sono andato avanti».

Il seminario le ha dato molto?

«Decisamente. Anche se alcuni educatori, preti, preferirei dimenticarli».

Addirittura.

«Quando di fronte a uno sbaglio un professore ti dice: “Sei deficiente, sei cretino”, quello educatore non lo è. Ma quasi tutti gli insegnanti e i superiori hanno creato ottime relazioni e mi hanno trasmesso tanto».

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