Abbraccio letterario

Il racconto dei cinque libri finalisti della 42ª edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo

Ieri (21 gennaio), in Sala Galmozzi, Hans Tuzzi ha presentato le opere, scritte da Eugenio Baroncelli, Rosa Matteucci, Monica Pareschi, Alcide Pierantozzi ed Enrico Torrinoni

Il racconto dei cinque libri finalisti della 42ª edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo

di Valeria Della Monica

Un’accoglienza calda quella di ieri (21 gennaio) della Sala Galmozzi, dove si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dei cinque finalisti della 42ª edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo.

Hans Tuzzi

La voce narrante dell’evento è stata quella di Hans Tuzzi – pseudonimo di Adriano Bon, finissimo scrittore e saggista, nonché colonna portante della giuria tecnica -, che si è cimentato in un commento sui cinque finalisti: una lettura in cui la critica si è trasformata in un ricco abbraccio letterario, una bussola che ci orienta alla scoperta dei libri degli autori finalisti.

Eugenio Baroncelli – Il cielo più pietoso è quello vuoto (Sellerio)

Baroncelli è per Tuzzi uno «splendido dilettante» e un virtuoso capace di «trasformare la carne morta in testo e la sconfitta in oro». Il libro è un’autobiografia scandita in quindici capitoli, composta da «vite rubate agli altri». In queste pagine, Baroncelli riesce a dare sostanza e pari dignità a «vite di esseri in carne e ossa, a vite di personaggi letterari e persino a quelle di animali», mescolando sapientemente l’alto e il basso. L’opera si muove in uno scarto continuo tra realtà e finzione, giocando con l’onomastica e scindendo l’uomo dallo scrittore, Eugenio da Baroncelli.

Citando in epigrafe Margaret Atwood, l’autore sembra rivendicare l’essenza stessa dell’esistere e la testimonianza della propria presenza nel mondo con una formula definitiva: «Io sono nata. / Io sono. Io».

Rosa Matteucci – Cartagloria (Adelphi)

Torna Rosa Matteucci al Premio Bergamo, autrice che Goffredo Fofi – è stato saggista e critico letterario – descrive come «una voce sicura e capace di evocare un mondo provinciale fatto di “tragicomica sofferenza”». Tuzzi sottolinea come la sua scrittura non sia composta da parole difficili, ma dalla capacità di farsi leggere con attenzione. Il libro si presenta come un ampio monologo di «autobiografia immaginaria»: il viaggio introspettivo inizia da un’infanzia mutilata d’affetti in una villa decadente, tra banconote del Monopoli e castagne crude, per giungere a un lungo pellegrinaggio nel mondo del sacro. Matteucci torna al suo tema prediletto, la famiglia, vista come una «rete di relazioni umane in cui ognuno si trova a dover sopravvivere». È un romanzo che spinge chi legge a reagire fino a «perdere le scarpe» per l’intensità del dolore sprigionato, spingendolo alla ricerca di quei valori capaci di rendere all’uomo la sua perduta umanità.

Monica Pareschi – Inverness (Polidoro)

Traduttrice di grandi classici e docente universitaria, viene descritta da Paolo Ferrucci come un’autrice la cui scrittura letteraria vale sia da «protagonista sia da vicaria», fondendo proprietà e appropriazione in una condizione esistenziale definita e sfumata al tempo stesso. Si conferma essere una scrittrice con una lingua «tanto sorvegliata quanto incisiva», caratterizzata da un processo creativo in continua evoluzione: l’autrice stessa dichiara infatti di «scoprire quello che sto facendo mentre lo faccio», partendo da piccole immagini che generano situazioni quasi “infettive”. Tuzzi ne loda lo sguardo freddo e «notomizzatore»: Pareschi rimane implacabile nel registrare ogni miseria fisica e ambivalenza amorosa, dove persino un bacio può sconfinare nel “cannibalismo” e nella perdita d’identità. Inverness è una costellazione di racconti fatti di atmosfere rarefatte e personaggi sospesi, descritti con un linguaggio raffinato che rivela la verità sgradita della crudeltà dei sentimenti e della natura. È un’opera di «consonanze esistenziali» che esige un lettore capace di andare oltre le parole e riconoscere che la realtà è molto più ambigua di quanto appaia.

Alcide Pierantozzi – Lo sbilico (Einaudi)

Pierantozzi scrive con un ritmo e una lingua che «afferrano dalle prime pagine», dimostrando di essere un autore estremamente attento alle esigenze di una «buona scrittura». Si posiziona con convinzione dalla parte dei «dannati della terra» e delle creature difettive che non sanno vivere, riversando nel testo un sentimento di umana pietà che investe il lettore. Tuzzi sottolinea come la sofferenza che cola dalle sue parole sia un «elaborato dolore incapace di farsi memoria del dolore»: un tormento che non si consuma nel ricordo, ma che rimane vivo e pulsante sulla pagina. In un’analisi profonda dello stile, Tuzzi cita il parallelismo tra Manzoni e Leopardi: entrambi concordano sulla necessità di “ordine e scelta” poiché i sentimenti da soli non bastano a fare poesia. Pierantozzi sfida la forma del romanzo e del referto medico con uno stile notevole, pur restando nell’ambito dell’extra-ordinario. Il libro si compone come un diario, un «grido dentro ai limiti del respiro», tutto intriso di morte, amore e redenzione in frantumi. È un testo sofferto e sincero che prende alla gola il lettore, un tentativo estremo di «aver ragione della Bellezza e delle tenebre», che convivono nell’anima risarcendo l’autore per aver vinto, senza colpa, un tremendo premio alla lotteria della vita.

Enrico Terrinoni – A Beautiful Nothing (Atlantide)

Enrico Terrinoni, professore ordinario di letteratura inglese e noto traduttore editoriale di Joyce, scrive un romanzo che si configura come una «disseminazione di tasselli». L’opera è un labirinto immerso in una dimensione occulta, ricca di «rimandi letterari colti», misteriose sensazioni e suggestioni arcane che sfidano il lettore a ogni pagina. La trama indaga la permanenza romana di James Joyce e l’eredità sapienziale di Giordano Bruno, intrecciando indagini esoteriche a una ricerca accademica e spirituale profonda. Per l’autore, racconta Tuzzi, la letteratura è una «missiva smarrita da ricapitolare»: un’indagine che non promette facili rivelazioni, ma invita il lettore a non smettere mai di interrogarsi e di pensare, cercando il significato della storia proprio in quel «niente» che nasconde lo scrigno della verità.

L’appuntamento finale

La cerimonia di proclamazione del vincitore si terrà in una data simbolica, sabato 25 aprile alle 18 durante la Fiera dei Librai di Bergamo. L’evento vedrà l’introduzione del presidente Massimo Rocchi, la conduzione di Max Pavan e un momento dedicato alla lettura di brani scelti da parte dei cinque finalisti. Al Premio Nazionale Bergamo si affianca quest’anno un altro importante concorso letterario: la ventesima edizione del Premio Salvatore Quasimodo. Un legame che rafforza il panorama culturale cittadino; sia la premiazione che i lavori della giuria avranno luogo ad aprile, in contemporanea alla Fiera dei Librai.

Flavia Alborghetti e Massimo Rocchi durante l’estrazione dei nomi dei giurati popolari

In chiusura di conferenza, si è definita anche la giuria popolare: a fronte delle numerose iscrizioni, sono stati estratti a sorte 57 giurati con più di 25 anni, che completeranno il collegio di 70 membri insieme ai 13 giudici onorari.