di Elena Esposto
Non è facile rimettersi a studiare nell’età adulta, soprattutto se sono passati quarant’anni dall’ultima volta tra i banchi.
Dopo un’esperienza di quasi cinque mesi all’Unità di programmazione dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, L. R., 55 anni, ha deciso di tornare a scuola per poter accedere al concorso della pubblica amministrazione, ambito sanità, e concorrere per un posto a tempo indeterminato.
«Per accedere al concorso dovevo aver frequentato almeno i primi due anni di superiori, di un liceo Tecnico-scientifico o Sociale, ma per motivi familiari ho dovuto iniziare a lavorare molto giovane e ho lasciato la scuola dopo la terza media», racconta.
L.R si è quindi iscritta al corso serale dell’Istituto Mariagrazia Mamoli, a Longuelo. Avrebbe dovuto solo frequentare il primo anno, che condensa il biennio, e poi fare il concorso per tornare a lavorare all’Unità di programmazione. L’esperienza scolastica, però, si è rivelata molto diversa da quella che si aspettava.
Un ambiente poco adatto
«In classe eravamo più di quaranta – spiega -. I primi giorni dovevamo dividere i banchi e non c’erano sedie per tutti. Poi c’era moltissimo caos, gente che parlava e disturbava in continuazione. Pur stando in prima fila non riuscivo a seguire ciò che dicevano i professori».
Dal momento che il curriculum è personalizzato per ogni studente, e non tutti seguono tutte le materie, ogni cambio dell’ora c’era chi usciva ed entrava e bisognava rifare l’appello tutte le volte. «Sprecavamo fino a venti minuti dei cinquanta della lezione e molto del lavoro ci veniva dato da fare a casa. Ma se lavori tutto il giorno e poi la sera, dalle 17 alle 23, stai a scuola, vorresti sfruttare bene quel tempo per imparare».
L’altro problema, riferito anche da un’altra ex studentessa, è la troppa differenza di età nelle classi: «Essendo una scuola serale, mi aspettavo di trovare altre persone adulte, come me, ma perlopiù erano adolescenti poco inclini a stare attenti e a rispettare le regole», dice (…)