Risate

Giuseppe Giacobazzi: «In un mondo sempre più cattivo, la nostra Osteria diventa un rifugio»

Martedì 17 febbraio alla ChorusLife Arena torna “Osteria Giacobazzi”: uno spettacolo che cambia ogni sera, senza scaletta e senza rete, per ritrovare leggerezza e umanità

Giuseppe Giacobazzi: «In un mondo sempre più cattivo, la nostra Osteria diventa un rifugio»

Pronti per una bella scorpacciata di cibo e risate? Martedì 17 febbraio sul palco della ChorusLife Arena ci sarà Giuseppe Giacobazzi con il suo inconfondibile umorismo. Titolo dello spettacolo: “Osteria Giacobazzi”, già passato da Bergamo a maggio dello scorso anno. Ma anche chi l’ha già visto non si annoierà.

Il recital stravolge completamente tutte le regole del teatro. La scena si trasforma in una vera e propria osteria: tavoli imbanditi, vino e vettovaglie serviti durante lo spettacolo a invitati che, seduti sul palco, mangiano e bevono durante lo show. Un’esperienza immersiva e unica nel suo genere. Giacobazzi e Andrea Vasumi servono non solo cibo, ma anche battute da far ribaltare i bicchieri e intrattengono il pubblico coadiuvati dalla musica dei cuochi musicisti, iMasa, dalle cameriere cantanti Margherita e Marta, e da ospiti a sorpresa.

Sei stato a Bergamo già a maggio dell’anno scorso con questo spettacolo. Evidentemente il pubblico ne vuole ancora. Rispetto a un anno fa, lo show è in continua evoluzione?

«Non avendo un copione predefinito può succedere di tutto: una cosa può essere ripetuta oppure completamente diversa. La struttura resta quella, lo standard pure, ma i contenuti cambiano sempre. Ogni sera è un viaggio a sé».

In questo anno che cosa è cambiato nella tua vita e nel mondo che ti circonda?

«Ho maturato la consapevolezza che c’è in giro una cattiveria disarmante. Nell’ultimo anno si sono davvero incrinati tanti rapporti. Leggo ogni giorno persone piene di rabbia, con una voglia continua di infamare gli altri. Stiamo diventando cattivi, veramente cattivi. Forse la vita è diventata così difficile che serve uno sfogo, ma restando sempre chiusi in casa con il telefono in mano non siamo più disposti a uscire, a fare sport, a muoverci. E allora il primo bersaglio che trovi lo attacchi. Credo sia questo il motivo di tante bassezze. E se guardiamo anche ai potenti della Terra, il livello a cui sono arrivati è preoccupante».

Effettivamente. Anche ai vertici si vedono esempi poco edificanti.

«Esatto. E proprio per questo diventa importante frequentare “Osteria Giacobazzi”: per due ore vedi degli ignoranti e dei cialtroni sul palco, ma almeno non pensi a tutte le sfighe che ci circondano. E anche noi sul palco facciamo la stessa cosa: per quelle due ore non pensiamo a quello che c’è fuori».

Il cast è sempre lo stesso?

«Sì, c’è Andrea Vasumi, le nostre cameriere-cantanti e iMasa, musicisti straordinari che hanno preparato nuove parti musicali».

E gli ospiti?

«Quelli sono una sorpresa. A volte ci sono, a volte no. Bisognerebbe chiederlo al nostro produttore, Max Zoli: ogni tanto invita qualcuno lui, magari quando pensa che siamo un po’ scarsi (ride). Di solito ci prende sempre. Martedì sera a Bologna, per esempio, c’era Andrea Paris ed è stato esilarante».

Com’erano le osterie della Bologna di fine anni ’70?

«C’era un clima particolare. Nonostante le tensioni politiche e le manifestazioni, c’era una grande voglia di mettere idee sul piatto. Come racconto nello spettacolo, di notte c’era più gente in giro che di giorno. Quei luoghi avevano sempre un pianoforte, una chitarra, un microfono. Oggi si parla tanto di inclusività, ma allora era una cosa concreta: chiunque poteva mettersi in gioco. Ci si prendeva in giro anche in modo feroce, ma era un’officina di idee. In quel periodo a Bologna è nato di tutto: musica, fumetto, comicità. C’era fermento vero».

Un mese fa sei tornato anche tra i protagonisti della stagione più fortunata di Zelig.

«Sì, i trent’anni del programma andavano festeggiati».

Che effetto ti ha fatto?

«Sembrava la festa delle medie, la gita con gli amici. Ritrovarsi tra “stupidi” che si prendono in giro è stato bellissimo. Ci siamo riabbracciati, abbiamo riso tantissimo. È stato un tuffo in un periodo speciale».

C’è qualcuno a cui sei particolarmente affezionato di quell’epoca?

«A tutti. Per me entrare a Zelig nel 2005, prima con Zelig Off e poi nel 2006 in prima serata, era come salire su un altare. Mi sentivo un pulcino. Ritrovarci oggi, dopo un percorso che mi ha portato a essere tra i “senatori”, è stato davvero emozionante».

Un ultima cosa sullo spettacolo: se cambia ogni sera, niente scaletta.

«Esatto. Quando arriviamo nei teatri, abituati a strutture rigidissime, il responsabile tecnico ci chied appunto la scaletta. Dovresti vedere gli sguardi tra me e Max Zoli. La nostra risposta è sempre la stessa: “Stai attento a quello che succede sul palco e vienici dietro”, diciamo al tecnico. “Segui il flusso, perché in Osteria non sai mai cosa può accadere”. È l’incertezza della nostra vita. E, in fondo, è un po’ come la vita stessa».