di Nicola Magni
Dalle regioni più remote dell’estremo Nord russo fino alle colline bergamasche, la storia di Igor Gogolev è quella di un uomo che ha attraversato la Storia con passo silenzioso, portando sempre con sé un violino. Non come un semplice strumento, ma come una bussola: qualcosa che orienta, che tiene insieme le fratture, che permette di restare fedeli a se stessi anche quando il mondo intorno cambia volto.
Gogolev nasce nel 1962 a Pevek, nella Chukotka artica, un luogo dove l’inverno è una presenza costante e il vento sembra avere una voce propria. Di quella terra, però, conserva solo il ricordo della nascita. I suoi genitori, giovani laureati sovietici, erano stati assegnati lì dallo Stato secondo una regola diffusa nell’Urss: i neolaureati venivano destinati per alcuni anni dove il Paese riteneva necessario. Poco dopo, la famiglia si stabilisce in Bielorussia, nei pressi di Polotzk, una delle città più antiche dell’Europa orientale.
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Gogolev da bambino
Gogolev negli anni a Minsk
Gogolev durante il militare
Gogolev ad Anversa
È lì che Igor cresce davvero. Ricorda quella città come un luogo vivo, pieno di amicizie, di strade percorse a piedi: «Sogno spesso di tornarci, anche solo per una notte – racconta -, rivedere le nostre case, le vie, i posti dell’infanzia».
Il violino entra nella sua vita durante uno dei viaggi familiari a Odessa. In un negozio di strumenti gli viene chiesto cosa vorrebbe. Senza una ragione precisa, sceglie un violino con l’arco. «Non so spiegare perché – dice -, ma da lì è iniziato tutto».
Tornato in Bielorussia, a 9 anni, comincia a studiare seriamente musica. Supera subito gli esami di ammissione alla scuola musicale e, nel giro di pochi anni, vince concorsi riservati ai bambini. Il talento viene notato e Gogolev viene portato a Minsk, dove (…)