Di Ezio Foresti*
Si dice che la primavera sia la stagione degli amori. Molti scelgono questo periodo anche per convolare a nozze, non prima di avere scelto la location, e dopo aver pianificato con cura ogni dettaglio, magari con l’aiuto del wedding planner.
Naturalmente, niente a che vedere con le tradizioni del passato, a dire il vero piuttosto austere, fin dalla fase del corteggiamento. Che dalle nostre parti doveva essere piuttosto platonico, se un modo di definire due fidanzati è ancora adesso i parla ‘nsèma. Quando l’interesse era serio, il nostro temperamento pratico suggeriva al giovanotto di versare una caparra alla futura murusa, il cosiddetto pègn che poteva essere sostituito da oggetti umili come fazzoletti o simili.
In caso di rottura del fidanzamento il denaro o il regalo rimaneva alla fidanzata, e questo doveva costituire un buon deterrente per i nostri parsimoniosi avi. È vero anche che il celebre detto o avanti co l’amóre o ‘ndré la mè cönécia lasciava sottintendere invece una burrascosa restituzione.
In alcune contrade c’era anche la romantica abitudine di regalare alla donna una gustosa brosöla, in occasione dell’uccisione di un maiale. Lo scambio di monete avveniva anche in casi particolari, come il matrimonio della sorella minore che si sposava prima della maggiore. Quest’ultima infatti riceveva, a mo’ di risarcimento, il traér, cioè la somma di cinque soldi.
La raffinatezza non mancava nemmeno al momento di acquistare ornamenti e abiti per lo sposalizio, un atto definito ferà la spusa. Curioso anche il modo di annunciare le avvenute pubblicazioni: nella circostanza si diceva della sposa i gh’à rompìt ol có. La frattura metaforica veniva poi curata dalle amiche, che giungevano a casa della noéssa, la nubenda, con ironici rimedi.
Una figura particolare era chi acquistava la fede, chiamato compàr de l’anèl. Di lui si narrava che fosse padrù de mèsa pèl. Non ci risulta, però, che abbia mai esercitato il suo diritto di possesso.
*in memoria