di Paolo Aresi
Giacomo Invernizzi è stato protagonista di una rivoluzione. Fino ai primi anni Novanta, la Bonomelli era semplicemente un dormitorio di Bergamo, una sorta di cronicario dove i barboni della città si parcheggiavano per la notte e poi la mattina prima delle nove dovevano tornare in strada.
Giacomo portò avanti un progetto: il dormitorio poteva diventare un posto dove creare nuove prospettive per le persone che erano finite nella marginalità grave. Giacomo Invernizzi, direttore del Nuovo Albergo Popolare della Bonomelli, in questi giorni va in pensione dopo trentasei anni trascorsi alla Malpensata.
Le dispiace lasciare l’albergo popolare dopo tanti anni?
«Continuerò a collaborare e per i primi mesi verrò qui un paio di giorni alla settimana per garantire il passaggio di consegne nel modo migliore possibile».
Ma lei come arrivò alla Bonomelli?
«Io facevo il curato a Zogno, ero prete. Nel 1989 venni mandato al Patronato San Vincenzo, allora diretto da don Berto Nicoli, il quale mi disse di venire qui al dormitorio a dare una mano a don Gianmaria Pizzigalli, che per tanti anni era stato il direttore e unico riferimento della Bonomelli. Quando arrivai io, per la verità, c’erano anche il Siro Ferrari e qualche operatore. In una settimana don Pizzigalli mi trovò una stanza all’interno e questa divenne la mia casa per otto anni».
Stava iniziando il flusso migratorio.
«Ricordo che passai l’estate del 1989 andando in questura per ottenere i permessi di soggiorno. Nell’inverno fra il 1989 e il 1990 ci fu il primo grande flusso dall’Africa, tanto che il sindaco di Bergamo Galizzi fu costretto ad aprire le caserme Scotti, Li Gobbi e Galgario per ospitare una quota di migranti. Nel 1990 venne fondata la cooperativa Ruah al Patronato su iniziativa di don Balducchi. Io collaborai anche là per un anno e mezzo».
Com’era la situazione della Bonomelli allora?
«Difficile. Ricordo che in quel 1989 ci furono tre suicidi (…)