La ricerca

Il Mario Negri, con il sostegno di Fondazione Bcc Milano, sperimenta un metodo rivoluzionario contro il rigetto nei trapianti

Il professor Remuzzi: «Un sogno medico che grazie a questi ricercatori straordinari potrebbe essere non troppo lontano e che vogliamo trasformare in realtà»

Il Mario Negri, con il sostegno di Fondazione Bcc Milano, sperimenta un metodo rivoluzionario contro il rigetto nei trapianti

«Siamo vicini all’obbiettivo di rendere i trapianti pienamente tollerati dall’organismo umano, una questione che la scienza tenta di risolvere da trent’anni». Non usa giri di parole Federica Casiraghi, capo laboratorio Immunologia dei trapianti dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Bergamo.

Mentre spiega i contenuti della nuova ricerca – sostenuta da un contributo complessivo di 900 mila euro da parte della Fondazione Bcc Milano – del prestigioso centro di ricerca al Kilometro Rosso, le si legge negli occhi l’orgoglio – nobile – di chi spera di essere prossimo a un traguardo importante, importantissimo, probabilmente per l’intero genere umano.

«Una rivoluzione nell’immunologia» l’ha definita il direttore del Negri, Giuseppe Remuzzi. «Un sogno medico che grazie a questi ricercatori straordinari potrebbe essere non troppo lontano e che vogliamo trasformare in realtà». Con i finanziamenti attuali, serviranno ancora cinque anni, è la valutazione dei ricercatori. Ma la strada, sono convinti, è quella giusta.

Un problema lungo trent’anni

La chirurgia dei trapianti ha fatto passa avanti enormi. La sopravvivenza di rene, cuore e fegato a cinque anni dall’intervento chirurgico è molto buona. Si va dall’80 al 90 per cento dei casi. Quello che preoccupa però ammalati medici e ricercatori sono i risultati a lungo termine. Perché l’organismo tende naturalmente a rigettare l’organo trapiantato, percepito come estraneo. Per questo finora sono stati utilizzati farmaci pesanti che tengono a bada il sistema immune contro l’organo trapiantato, evitandone per quanto possibile il rigetto. Al tempo stesso però aumentano i rischi di infezioni e tumori e in molti casi rappresentano un rischio significativo di andare incontro a diabete e problemi cardiovascolari. E nel tempo comunque non riescono a prevenire il rigetto cronico, che può compromettere la funzione dell’organo trapiantato.

Da 15 anni il Mario Negri studia questo meccanismo. L’istituto di ricerca è organizzazione privata senza scopo di lucro nel campo della ricerca biomedica. Nato nel 1963 grazie a una donazione filantropica dell’industriale milanese Mario Negri, ha visto in Silvio Garattini la possibilità di un progetto di ricerca innovativo che negli anni si è trasformato nella straordinaria realtà di oggi. «Il nostro scopo – ha spiegato il coordinatore delle ricerche delle sedi di Bergamo, Ariela Benigni – è contribuire alla difesa della salute e della vita umana. I risultati delle nostre ricerche servono per la messa a punto di nuovi farmaci e per accrescere l’efficacia di quelli già in uso».

Un metodo rivoluzionario

Una delle sfide più ambiziose è appunto questa, sui trapianti, per migliorare la sopravvivenza a lungo termine dell’organo trapiantato e del paziente. Il laboratorio del Negri ha già raggiunto traguardi importanti grazie all’impiego delle cellule staminali, per creare un ambiente “tollerogenico”. «Sono almeno due i pazienti coinvolti in uno studio clinico già concluso che vivono da tempo senza una forma di rigetto che i medici chiamano rigetto cronico e che alla lunga compromette l’organismo» ha spiegato Remuzzi.

Ora la nuova frontiera è un approccio basato sulla nanomedicina. In collaborazione con un istituto di ricerca canadese e un altro di Barcellona, gli scienziati del Negri stanni studiando questa forma innovativa di immunoterapia capace di indurre tolleranza senza indebolire le difese dell’organismo.

In estrema sintesi, attraverso un’operazione molto complessa che sfrutta le nano particelle, le cellule che presentano l’antigene si uniscono alle cosiddette cellule T, che normalmente agiscono contro le intrusioni. Ma stavolta al posto di attaccare l’organo trapiantato, le cellule T invece di rigettarlo contribuiscono a tollerarlo.

E’ evidente che questo meccanismo, una volta sperimentato e clinicamente testato può essere applicato a tutti i tipi di trapianti. Al Mario Negri lo stanno sperimentando per il momento sulle cavie da laboratorio. Anche grazie alla prodigiosa abilità chirurgica di Nadia Azzollini, capace di trapiantare organi della dimensione della capocchia di un cotton fioc nei topolini.

«Con questo nuovo studio – dice Casiraghi – vogliamo sfruttare quel picco grado di infiammazione che segue ogni intervento chirurgico per trasformare le cellule che rigetterebbero l’organo in cellule capaci di proteggerlo. Tutto questo senza compromettere i meccanismi di immunità generalizzata, così da non esporre il ricevente al rischio di infezioni e tumori». Il nuovo metodo durerebbe pochi giorni garantendo al paziente la piena tolleranza dell’organo per il resto della sua vita, questo è l’obbiettivo.

Per sostenere questa ricerca, la Fondazione Bcc Milano ha investito 900 mila euro in tre anni. «Il nostro sostegno a questo progetto – spiega il presidente della Fondazione Giuseppe Maino – è rivolto a investire in una ricerca che non si limita a curare, ma punta a incidere radicalmente sulla qualità della vita delle persone trapiantate. Ha un ruolo sociale, oltre che medico. Sostenere il Mario Negri – continua – significa affiancare un’eccellenza del nostro Paese e del nostro territorio in una sfida di frontiera. Con il nostro impegno triennale intendiamo fornire risorse stabili ala ricerca e contribuire a costruire, insieme al Negri, un futuro in cui i trapianti possono significare davvero una nuova vita, senza compromessi».

Sono ottomila le persone che in Italia sono in attesa di un trapianto. Da oggi, grazie al Negri, hanno una speranza in più.