di Paolo Aresi
Adesso che il complesso dei Celestini in viale Giulio Cesare a Bergamo è ufficialmente passato al Politecnico delle Arti, cioè al Conservatorio e alla Scuola di belle arti della Carrara fusi in unico organismo, bisogna con urgenza pensare a quel gioiello che è la chiesa, che non è entrata nella proprietà del Politecnico, ma è rimasta alle suore Sacramentine, almeno per ora. Bisogna pensare con urgenza alla chiesa, dedicata a San Nicolò (San Nicola), di antica origine e a tutt’oggi uno dei monumenti medievali più importanti della nostra città.
La fondazione risale al 1310 per volontà del cardinale Guglielmo Longhi. Con il monastero di Astino, e con quelli del Galgario e di Valmarina costituiva uno dei centri principali della vita monastica suburbana, cioè che si svolgeva al di fuori delle mura di Città Alta, e delle Muraine che fino alla fine dell’Ottocento hanno chiuso i borghi della città bassa.
La chiesa dei Celestini venne modificata nel Seicento e nel Settecento, furono aggiunti stucchi e affreschi. Durante i restauri del 2010 riemersero dipinti del XIV secolo: la Madonna in gloria con il Bambino, un santo vescovo (probabilmente San Nicola di Bari), Sant’Antonio Abate.
Si ritiene che molti di questi dipinti furono opera della stessa mano artefice dell’Albero della Vita in Santa Maria Maggiore. Tutto il complesso offre una testimonianza storica e artistica di valore inestimabile per la nostra città e non soltanto, ma si tratta di un’eredità estremamente fragile.

La Fondazione Credito Bergamasco ha fatto un passo avanti stanziando una somma per affrontare il degrado, ma non è sufficiente. «Il problema fondamentale (…)