di Nicola Magni
La notte in cui i camion militari lasciarono Bergamo carichi di bare, il mondo capì che il Covid non era più un’emergenza lontana, ma un lutto collettivo. In quei giorni, la nostra provincia divenne l’epicentro di una tragedia senza precedenti. Ospedali al limite, ambulanze senza sosta, intere famiglie colpite nello stesso momento. Bergamo diventò il simbolo mondiale della prima ondata della pandemia.
Tiziana Negri sapeva che per lei il virus non sarebbe stato solo una febbre alta. Medico in pensione, fragile per patologie pregresse e per un trapianto epatico, viveva nel cuore di una delle zone più colpite. Nata a Bergamo, si laureò in Medicina all’Università di Milano e si specializzò in Gastroenterologia e Medicina interna a Modena, lavorando poi per anni come medico di base.
Nel 2000 le venne diagnosticata una rara patologia epatica, la malattia di Caroli: da medico diventò paziente della sua stessa specialità. Dopo quindici anni di cure, nel 2015 si sottopose a trapianto di fegato. «Il trapianto mi ha salvato la vita – racconta oggi -. Nel 2016 mi sentivo così bene che ho deciso di tornare nello stesso reparto che mi aveva curata, come medico volontario. Era il mio modo di restituire ciò che avevo ricevuto».
All’inizio di marzo 2020, mentre l’Italia cominciava a chiudersi, lei passeggiava lungo il Serio. Le ambulanze passavano senza sosta verso la Val Seriana: «Ho capito che stava per succedere qualcosa di enorme». Poco dopo arrivarono febbre altissima e difficoltà respiratorie.

Su consiglio della specialista che la segue, la dottoressa Maria Grazia Lucà, Negri si recò al Pronto soccorso dell’ospedale Papa Giovanni. Era il 17 marzo 2020, data simbolo del dramma della pandemia. «Al triage mi dissero di prepararmi. Barelle ovunque, persone che non respiravano, un via vai continuo. Sembrava un film di guerra».
Al marito venne chiesto il numero di telefono: «Non sappiamo come andrà a finire», gli dissero (…)