Di Ezio Foresti*
Se l’abbiamo scelto come oggetto prediletto dalle nostre maschere più rappresentative ci sarà un perché. Stiamo parlando del bastù o tarèl, attributo sia di Arlecchino sia del Gioppino, Arlechì e Giopì, che normalmente lo usano per accarezzare schiene e teste dei loro oppositori.
Descritto da Antonio Tiraboschi come “qual sia si pezzo di legno di discreta lunghezza, e grosso quanto può aggavignare la mano”, sembra essere particolarmente apprezzato perché è un attrezzo semplice da procurarsi, vista l’abbondanza di materia prima nelle nostre zone collinose e montane.
La versione base è “quel lo che si suole portare fuori di casa per appoggio, o anche solo per vezzo”. Se è stato ricavato da un albero nodoso, cosa non infrequente, si chiamerà con di gröp, o gropolùs. Brutto da vedere, ma parimenti efficace.
Se si pensa alla destinazione d’uso, non può mancare dall’elenco il bastù de pastùr, impiegato come sostegno del cammino e mezzo di correzione delle bestie meno avvedute. Centrale nella nostra economia domestica è ovviamente il bastù d’la polènta, il cui movimento circolare è una tipica forma d’arte dinamica orobica. La sua nobiltà gli è valsa l’attribuzione di numerosi sinonimi, dal già citato tarèl a mèstola o mèscola, termini più diffusi nella Bassa, fino a mesciadùr, dalla Val Brembana.
Molto particolare è il bastù de polér, lungo e disposto in orizzontale, praticamente il dormitorio dei polli. Un arnese molto umile, tanto che il detto servì de bastù de polér si dice dello stopabüs, cioè di colui che viene scelto all’ultimo momento, per disperazione. All’estremo opposto della scala sociale il bastù del vèscov, cioè il pastorale.
Naturalmente non possiamo dimenticare uno dei semi delle nostre carte, che si chiama proprio così. Tutti ricordiamo il cartiglio con la benaugurante scritta “vincerai”, bene in vista sull’asse, che sembra suggerire un metodo sbrigativo e poco tenero per sconfiggere l’avversario.
*in memoria