di Fabio Gualandris
Sono trascorsi sei anni da quell’indimenticabile e drammatico marzo 2020. Come ogni anno, nella mattina di mercoledì 18 marzo, in occasione della Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime della pandemia di coronavirus, l’amministrazione comunale di Albino ha proposto un momento di riflessione su quanto è stato, a memoria in particolare di quei 197 albinesi scomparsi nel tempo più duro della pandemia, 150 solo a marzo.
In questa occasione abbiamo raccolto la testimonianza di un albinese, Angelo, per dare spazio a un lato della medaglia spesso trascurato se non denigrato. Una voce fuori dal coro, che ci ha raccontato come la pandemia, e soprattutto il post pandemia, abbiano seriamente incrinato la fiducia nelle istituzioni in una parte dei cittadini che si sono sentiti «discriminati da alcune direttive e raggirati da verità nascoste, spesso interessate». Un movimento dal basso, sempre più numeroso, declassato e classificato come complottista.
Si sente complottista?
«Complottista? Personalmente ho sperimentato più volte che l’unica differenza fra la teoria del complotto e la verità è solo qualche mese di tempo. Ne abbiamo conferme ogni giorno, anche grazie alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Sars-Cov-2».
Come ricorda i mesi più bui della pandemia?
«Un periodo pesante per tutti, segnato dalla paura, che ho vissuto malissimo. Erano i primi giorni di lockdown, un tempo pieno di suoni da incubo, di sirene, di morte… e proprio in quel frangente ho visto morire una persona cara, senza diagnosi, senza assistenza, anche i servizi funebri erano in crisi. Abbiamo sperimentato un senso di abbandono, anche a livello umano che ha messo a dura prova tutta la nostra estrazione culturale, partendo da come accompagnare i nostri defunti. È saltata la ritualità perché ovviamente si metteva il corpo in un sacco e via, non conoscendo neanche la destinazione della cremazione. Ho vissuto tutto questo, elaborandolo a posteriori come parte di una strategia della paura che doveva accompagnare la nostra quotidianità e ha sollevato in me tante domande».
Come si augurava la fine di tutto questo?
«Come tutti aspettavo che si giungesse a un epilogo positivo, “andrà tutto bene” e “ne usciremo migliori” si diceva, si confidava nella ricerca scientifica e in un vaccino. I tempi d’attesa parevano lunghi, ma arrivarono abbastanza velocemente in una specie di competizione tra quello russo e quelli occidentali».
Quando ha avuto la percezione che secondo lei qualcosa non quadrasse?
«In quegli stessi giorni. Anche perché forzatamente a casa, io come altre persone, ho avuto il tempo di conoscere o per lo meno per mettermi alla ricerca di “altre” verità oltre a quelle propagandate e filtrate (…)