Non tutte le storie sono fatte di scelte volontarie. Alcune, purtroppo, vengono imposte. Loris Giovanni Rudelli, difensore centrale classe 1994 e capitano della Gandinese, avrebbe voluto continuare a giocare a calcio ancora qualche anno. Ma il dolore all’anca era diventato insopportabile e i medici gli hanno ordinato di fermarsi. «Per me è stato, ed è tuttora, un grande trauma. Non nascondo di aver vissuto momenti di profonda tristezza. Ho costruito la mia vita intorno alla passione per lo sport».
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Professionista a tutto tondo
Rudelli è cresciuto a Gandino, ha studiato Giurisprudenza e per anni ha lavorato come legale per una multinazionale automobilistica a Milano. Un ostacolo logistico che non gli ha impedito di coltivare la sua più grande passione: il calcio. Per anni ha fatto avanti e indietro in macchina ogni giorno pur di non saltare un allenamento o una partita della Gandinese.
«Confrontandomi con tanti giocatori con cui ho avuto a che fare nel corso di queste stagioni – racconta -, nessuno è mai stato disposto a fare qualcosa di simile. Spesso mi sono chiesto se fossi io quello strano, se non ci credessi un po’ troppo». La verità è che Loris, sin da ragazzo, ha sempre avuto ben chiaro ciò che era davvero importante per lui. Oggi lavora a Dalmine, sempre in ambito legale ma con un taglio commerciale. Resta però fortemente legato al suo paese e al club che rappresenta orgogliosamente.
Undici anni indimenticabili
Quando la Gandinese è stata rifondata, nel 2015, Rudelli era lì. Ha scelto di sposare il progetto partendo dalla Terza Categoria. E oggi, dopo undici stagioni tra successi e delusioni, è ancora lì. Ha visto lo spogliatoio svuotarsi e riempirsi, allenatori e compagni cambiare, la squadra crescere e scalare categorie. La costante, negli anni, è stata la sua presenza. «Quello che più mi rende orgoglioso è guardarmi indietro e vedere tutto quello che è successo intorno a me. Tutto cambiava, tranne me».

Ha visto la società evolversi, lo stadio rinnovarsi con nuove tribune, un club organizzarsi bene, tanto che giocatori provenienti da Serie D ed Eccellenza l’hanno paragonato a realtà semi-professionistiche. «Non è arroganza, lo dico con grande umiltà: la Gandinese è speciale grazie a volontari appassionati e piccoli sponsor che ci permettono di competere ogni anno. Ci si sente parte di una famiglia».
Il momento personale più bello? Il gol nella finale play-off vinta 4-1 che ha sancito la promozione in Prima Categoria. «Segnare una rete così pesante, che vale un salto di categoria, è una soddisfazione indescrivibile». Mentre il sogno rimasto nel cassetto è il salto in Promozione: sfiorato proprio l’anno successivo a quel gol, in un’altra finale segnata da due gravi infortuni tra le fila rossonere.
Un finale amarissimo
A novembre 2025, degli specialisti gli hanno comunicato che avrebbe dovuto smettere qualsiasi attività sportiva a causa di un problema all’anca. Loris ha provato a stringere i denti per arrivare almeno a fine stagione. La resa è arrivata soltanto poche settimane fa, quando il dolore è diventato insopportabile. L’obiettivo adesso è uno solo: riuscire a giocare almeno altri dieci minuti nell’ultima partita casalinga della stagione regolare, prima degli eventuali play-off: «Per salutare il campo, l’ambiente, le persone. Quella che è stata casa mia per undici anni».
Non è ancora pronto a chiudere del tutto. Ha già dato la massima disponibilità alla società per restare, in qualsiasi ruolo: «Farei di tutto per questo club. Voglio continuare a vivere questi colori». Poi lancia un messaggio ai più giovani: «Vedo troppi ragazzi smettere presto. Si lamentano, dicono che i sacrifici sono troppi… È un peccato. Vorrei che la mia storia servisse a far capire quanto certe cose non siano scontate».
Rudelli si emoziona parlando del suo ritiro forzato: «Non voglio enfatizzarlo troppo, ma a livello sportivo è come perdere per sempre una parte di me. Il calcio è stato la mia vita per vent’anni e da un giorno all’altro mi è stato detto che non potrò più giocare». Non ha ancora elaborato del tutto la notizia. Continua a stare vicino ai compagni a ogni allenamento, ma non è la stessa cosa. Perché non ha mai pensato di lasciare la Gandinese, «una realtà unica e speciale». E adesso che è costretto a smettere, cerca in tutti i modi un modo per restarci.