Nove anni vestendo la stessa maglia. Mai un campionato vinto, ma un’idea chiara di cosa significhi essere un punto di riferimento. Francesco Innocenti, centrocampista classe 1997 capitano del Mozzo, ha scelto di rimanere in Prima Categoria quando avrebbe potuto giocare altrove. E non se ne è mai pentito.
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Una passione viscerale
Innocenti è un chinesiologo clinico, si occupa di riabilitazione ed educazione pre e post operatoria in un poliambulatorio ad Almenno San Bartolomeo. Un lavoro che gli prende tempo ed energie, ma che non gli ha mai impedito di mettere il calcio al centro della sua vita. «Ogni lunedì mi alzo pensando alla partita della domenica precedente, mentre il martedì penso già a quella successiva. È una passione che mi accompagna tutti i giorni».
Una passione viscerale per il calcio trasmessagli da suo nonno, audioleso dalla nascita, capitano dell’Italia alle Olimpiadi silenziose per cinque edizioni e con esperienze anche tra i professionisti: «Un esempio di uomo e di giocatore». E poi suo zio “Fafi”, primo tifoso e consigliere critico: «Mi segue, mi corregge, mi fa critiche costruttive. Sa di calcio come pochi».
Dopo due esperienze tra Eccellenza e Promozione con Brembate Sopra e Lemine Almenno, nove anni fa è tornato al Mozzo. «Venivo da due stagioni molto toste – racconta -. A diciassette anni mi sono ritrovato in prima squadra in Eccellenza e nello stesso anno ho perso mia madre. Ogni volta che scendo in campo, gioco per lei». I compagni di squadra, in quel periodo, sono stati fondamentali: «Mi hanno aiutato a non mollare». Calcisticamente, è stato un percorso di crescita. «Mi sono divertito tantissimo, ho sempre giocato e ho fatto tanti ruoli. Ho conosciuto giocatori esperti che mi hanno dato tanto. Più conosci persone, più cresci come uomo e come calciatore».
Capitano nel profondo

Dopo due anni in prestito, Innocenti è tornato al Mozzo, appena salito in Prima Categoria. «Sono tornato senza superbia, con la voglia di fare bene. La società, a partire dal mister, mi ha sempre dato fiducia. Mi piaceva l’idea di diventare qualcuno anche in una piccola realtà. Essere qualcuno per qualcun altro». Negli anni ha visto passare tanti ragazzi: «Il Mozzo ha sempre sposato un progetto giovane e ogni anno cerco di trasmettere qualcosa anche a loro».
Il palmares personale non è ricchissimo: qualche torneo estivo, nessun campionato vinto. Ma Innocenti non ha rimpianti: «Non so cosa vuol dire stare nei piani alti, mi sono sempre salvato all’ultimo respiro. Ma è una sensazione che mi piace». Da qualche anno porta la fascia da capitano, un ruolo che sente profondamente: «Mi sento responsabile per il gruppo. Essere coesi dentro e fuori dal campo è fondamentale. Sono sempre amichevole, ma la domenica cambio personalità, divento autoritario. Non importa la categoria, l’impegno deve essere sempre al cento per cento per me. Quest’anno ci davano tutti per spacciati, eppure ci stiamo giocando la salvezza diretta con una squadra giovanissima ma molto unita».
Mozzo, una grande famiglia
Il Mozzo è una società con una lunga storia fatta di passione. Oggi è guidata dal presidente Andrea Rota, che negli ultimi anni ha dato una nuova spinta al progetto: «Ha un’idea chiara: far crescere il Mozzo nel tempo, dai giovani alla prima squadra». Punto fermo è anche il mister Stefano Gatti: «Non ho mai visto una passione come la sua. Mangia calcio, è schietto, preparato, trasmette voglia. Si arrabbia facilmente, ma perché ci tiene», dice Innocenti.
«Qui non c’è una base economica pesante. Il rimborso non è centrale: trovi il vero cuore del calcio. Giochi perché hai voglia, perché vuoi stare con la squadra, condividere momenti dentro e fuori dal campo. Nonostante avessi tante richieste ho sempre scelto di restare. Ho sposato un’idea: per me il calcio si fonda sulla passione, sul gruppo e sulla voglia. Mi piacerebbe che il mio nome fosse legato a questo: una bella persona, prima che un giocatore. Uno che si è dato da fare per la squadra, per la società, per gli altri. Per un calcio più genuino».