La triste storia

Il racconto Davide di Ponte San Pietro e la sua vita ribaltata da uno sfratto a 63 anni

Il distacco dal cane Khen e l’attesa infinita di una casa popolare. Il dramma di un cittadino attivo che oggi vive tra il Galgario e la stazione

Il racconto Davide di Ponte San Pietro e la sua vita ribaltata da uno sfratto a 63 anni

Foto in apertura: Khen, il cane di Davide

C’è un dolore che non fa rumore, che cammina lungo i binari della stazione o si ferma in silenzio davanti al monumento al Partigiano di Giacomo Manzù in piazza Matteotti, a Bergamo.

Davide Signorelli, 63 anni, osserva quella scultura che raffigura un corpo appeso a testa in giù: «È bellissima, mi ricorda qualcosa», dice. In quel martirio, rivede infatti la sua vita rovesciata da quando è stato sfrattato dal suo appartamento di Ponte San Pietro, lasciandolo in balia di una burocrazia che sembra non avere fine.

Da cinque mesi Davide vive un paradosso: è un cittadino attivo, iscritto da cinque anni alle categorie protette, che ha partecipato a ogni bando per la casa, ma che oggi non ha un tetto: «Sono in condizioni disastrose», confessa.

La sua giornata è scandita da un ritmo ripetitivo: alle 7.30 il dormitorio del Galgario chiude e lui inizia a camminare senza meta o prende i mezzi pubblici girando la Bergamasca per far passare il tempo. Cercando riparo nei parchi, fino alla mensa di via Cappuccini a pranzo e alla stazione la sera. Poi, alle 20, il ritorno in dormitorio, tra il Galgario e la Bonomelli.

«Passare la notte in un dormitorio pubblico è umiliante – ammette con lucidità -. Avrò sbagliato, ma questa condanna non la auguro a nessuno. Se riesco a non andare alla stazione per cena preferisco, perché quasi tutte le sere ci sono sbandati e ubriachi e devono intervenire le forze dell’ordine. Il Galgario uguale, è sporco».

Eppure Davide non è un volto nuovo alle istituzioni di Ponte San Pietro: «Conosco personalmente il nuovo sindaco Matteo Macoli e il suo vice Marzio Zirafa. Ho fatto in passato dei lavori per loro anche come volontario», ricorda con orgoglio (…)

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