C’è chi il bene lo trova negli affetti, chi nel lavoro e chi nelle sua passioni. Ibrahim Fall l’ha trovato nel calcio. L’attaccante classe 1999 del Bergamo FC ha girato parecchie squadre e poi ha smesso. Si è rimesso in gioco, ma si è fatto male. E alla fine ha scelto di tornare a casa, nel quartiere dove è cresciuto: Loreto.
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Il calcio come via d’uscita
Ibrahim è cresciuto in strada. Il calcio è arrivato presto nella sua vita. Non come hobby, ma come ancora di salvezza. «Sono cresciuto in situazioni non facili. Il calcio, il Loreto e la parrocchia mi hanno in qualche modo salvato. Mi hanno fatto distrarre da quello che girava intorno a me». Parole nette, senza retorica. Ma Ibrahim è anche onesto su ciò che è venuto dopo: «Il calcio nella vita mi ha dato tanto, però poi mi ha tolto tutto». Perché quando ci punti davvero, quando lo vivi come una vocazione, scoprire la distanza tra il sogno e la realtà può fare male quanto una caduta.
Da bambino era sovrappeso, spesso relegato in panchina. «I mister non mi davano molta fiducia. Ma io avevo preso il calcio come un impegno di vita e mi sono detto: devo dare sempre il massimo». Verso i 12 anni qualcosa è cambiato: è riuscito a perdere peso, ha guadagnato agilità e ha finalmente trovato il suo posto in campo. A 14 anni è stato notato da alcuni osservatori e ha cambiato squadra per giocare a livello regionale. «In quel momento mi sono sentito di valere davvero qualcosa».
Ma il tarlo della forma fisica ha continuato a tormentarlo, alimentato da qualche parola di troppo: «Sentirti dire che potresti essere in una squadra di livello superiore con un altro tipo di fisico ti distrugge. Soprattutto a quell’età. Hai il sogno in testa, ma pensi di non poterlo realizzare solo per quello».
Un percorso a ostacoli
La strada di Ibrahim è stata tutt’altro che lineare. Tra i 19 e i 22 anni ha preso la decisione di fermarsi: il lavoro nel week-end non si conciliava con il calcio. Tre anni lontano dai campi, però, sono stati troppi. Iniziò a mancargli il pallone. E così colse al balzo la chiamata di un suo ex allenatore, che lo ha accolto a braccia aperte: «È stato come ricominciare a respirare». Ma poi ecco la pandemia a spezzare di nuovo tutto. Nel frattempo, ha ripreso gli studi (aveva fatto l’alberghiero), con la maturità grazie ai corsi serali. Oggi studia Marketing e comunicazione.

In quel momento riprende anche il calcio. Gioca, segna, convince. Poi un infortunio al tendine del polpaccio lo blocca un mese e mezzo. Torna a fare panchina, cambia squadre. A fine 2025, l’occasione per rilanciarsi. Jorge Sejas Vargas, un amico d’infanzia con cui aveva giocato sui campetti di Loreto e ora direttore sportivo, lo vuole al Bergamo FC, squadra dove è cresciuto. «Ritornarci mi ha fatto effetto. Son tornato dove mi piaceva giocare a calcio. Questa cosa è impagabile». A Loreto, Ibrahim ha imparato cosa significa far parte di qualcosa. Ha trovato persone che hanno sempre creduto in lui ancor prima che fosse lui stesso a farlo per davvero.
Questa stagione è stata molto positiva a livello personale, nonostante qualche acciacco fisico. Ma la differenza rispetto alle scorse annate, secondo lui, non è affatto nei numeri: «Qui sono finalmente libero mentalmente. Gioco “nel flow”. Se fossi stato al cento per cento avrei fatto almeno il doppio dei gol e avrei potuto aiutare la squadra a raggiungere tutti gli obiettivi, ma sono comunque felice di essere qui, mi sento nel posto giusto». Il segreto, per lui, è uno solo: «Se non senti quel fuoco dentro che non ti fa sentire la fatica, allora non ti stai divertendo. Rimani leggero. Solo così puoi esprimere al meglio te stesso in campo».
Un esempio per il quartiere
Per le strade di Loreto i ragazzi giocano ancora. E quasi tutti conoscono Ibrahim, lo guardano segnare in Prima Categoria e gli fanno i complimenti. «Ho un amico con cui sono cresciuto e che oggi gioca in Serie D. Ci siamo sempre detti: dobbiamo essere d’esempio per il nostro quartiere, per tutti quei bambini che calciano un pallone nello stesso campo dove abbiamo mosso i primi passi».
Un ragazzo salvato dal calcio e che adesso, attraverso quello stesso gioco che tanto ama, vuole salvare qualcun altro.