Di Ezio Foresti*
La situazione sanitaria (pubblica) di questi tempi la conosciamo bene. Per distrarci un po’, facciamo quindi un salto indietro e andiamo a vedere come se la passavano i bergamaschi di qualche tempo fa, diciamo intorno alla metà del diciannovesimo secolo.
La nostra guida è la “Storia di Bergamo e sua provincia” di Ignazio Cantù, un celebre poligrafo dell’epoca. La prima sorpresa è la suddivisione dei temperamenti delle persone in base alla collocazione geografica, una sorta di atlante degli umori che sarebbe interessante verificare sul campo, a distanza di oltre un secolo e mezzo.
Secondo questa teoria il nostro temperamento è mediamente sanguigno, ma viene modificato nelle varie zone “per le diverse condizioni di clima, di lavoro e di alimento”. Apprendiamo così che “nelle valli e nelle colline abbondano le costituzioni linfatiche, lungo le riviere lacuali il temperamento sanguigno si accompagna al bilioso”.
Questo fatto, insieme ai repentini mutamenti meteorologici, “favorisce le malattie reumatiche, le flogistiche catarrali, le polmoniti, le affezioni gastriche e le coliche”. Non c’era da stare allegri, in riva al lago.
Non molto meglio andava nella Bassa, dove erano comuni le febbri intermittenti. Per non parlare della pellagra, che aveva come causa principale la scarsa alimentazione dovuta alle misere condizioni di vita. In alcune aree erano diffuse le peripneumonie, ovvero le pleuropolmoniti. In questo caso il problema era il passaggio repentino degli operai “dall’atmosfera calda e solforosa delle miniere e delle officine” a quella molto più ossigenata e fredda dei nostri boschi.
Nonostante tutto il numero degli abitanti cresceva lo stesso, perché in quel periodo, come scrive lo storico, “le nascite eccedono per tutto le morti”, indice di un continuo aumento della popolazione. Adesso la tendenza si è invertita, ma questa è un’altra storia.
*in memoria