Di Ezio Foresti*
Per noi se ne dicono sempre troppe, e se ne leggono ancora di più. Siamo laconici di natura, e non amiamo sprecare il fiato. Eppure abbiamo dedicato alle parole numerosi motti, forse proprio per esorcizzarne il potere. Innanzitutto ne abbiamo stilato una classificazione, in base all’intenzione di chi le pronuncia.
Se possiamo intuire il senso delle paròle che póns, vere e proprie armi acuminate, e se avvertiamo tutta la violenza delle paròle ch’i péla zó la pèl del müs, ingiurie abrasive, ci sfugge invece la motivazione delle paròle con sö ‘l pedersèm, sinonimo di espressioni zuccherose e non di locuzioni saporite o savride, come diremmo noi.
La paròla de ré non si discute, ed è l’espressione dell’autorità, o almeno dell’autorevolezza. Quelle licenziose o sconvenienti vengono anche chiamate, curiosamente, lombarde. Il brano del letterato ottocentesco Francesco Zambrini ci chiarisce un po’ le idee: «La purità della favella non vi è troppo usata, essendo oltremodo guasta da parole lombarde e veneziane». All’epoca, quindi, la lingua della nostra regione non era considerata particolarmente raffinata.
A noi piacciono invece le paròle sèche, quelle cariche di risentimento che rivolgiamo a chi ci ha offeso o irritato. Se proprio dobbiamo ascoltare qualcuno,che almeno si esprima in fretta. È quello che vuole comunicare il modo di dire a l’ghe té ön an a dì öna paròla. Se eravamo così impazienti centocinquant’anni fa, con i ritmi blandi del tempo, figuriamoci adesso.
Ancora molto usata è l’espressione ciapà ‘n paròla, che oggi significa comportarsi letteralmente come richiesto, ma che una volta poteva anche voler dire «lasciare la mercanzia al prezzo offerto». Concludiamo con un ammonimento: paròla dècia e sassada tràcia i turna piö ‘ndré. Conviene riflettere prima di dire qualcosa di cui potremmo pentirci, e che non possiamo più controllare. Ecco perché molto spesso preferiamo fà sito.
*in memoria