di Ezio Foresti*
Visto che i temporali, tipici del periodo, ci possono costringere o quasi a restare in casa, conviene approfittarne per ripassare un po’ di lessico bergamasco, nell’area di significato di questi fenomeni atmosferici.
Il termine più curioso e interessante è forse stratép, usato da pastori e bergamini delle nostre valli, ma largamente in disuso in città e dintorni. Con una certa sorpresa scopriamo che esiste anche in italiano, si scrive “stratempo” ed è attestato a partire dal 1840 circa. C’è da dire che sembra una descrizione efficace, con quel prefisso a far capire che succede qualcosa di anomalo, di fuori dell’ordinario.
Per puro spirito statistico riportiamo che la parola ebbe un periodo di acme negli ultimi due anni dell’ultimo conflitto mondiale, per poi tornare nell’oblio e ripresentarsi alla ribalta nel 1989.
I suoi sinonimi non hanno certo la stessa forza evocativa. Stiamo parlando di temporàl, praticamente identico all’italiano, con il suo accrescitivo temporalù, e di borasca, altro vocabolo che si discosta poco dall’idioma nazionale. Ci sarebbe anche tempèsta, ma si usa ormai quasi esclusivamente in riferimento alla grandine.
Per ritrovare un po’ di originalità dobbiamo ricorrere all’acquazzone, che da noi si chiama in molti modi diversi. Si parte da slaagiù, che curiosamente significa anche ceffone, forse perché la pioggia che si abbatte sulla terra ha lo stesso impatto della mano aperta sul volto.
Interessante anche scròl, che trasmette l’idea di un cane da pastore bergamasco in grado di inondare la casa, semplicemente scrollandosi l’acqua di dosso.
Di poche spiegazioni ha bisogno aquére che, come scròl, viene definita dal Tiraboschi “pioggia di breve durata, ma gagliarda”. Infine ci sarebbe anche il delöe o delöbio, che ci porta nei dintorni di Noè e dell’arca. Ma, per scaramanzia, non ne parliamo nemmeno.
*in memoria