Dall’esordio in Serie D a soli 17 anni fino gli anni in Thailandia, poi il trasferimento a Bergamo per questioni di cuore. Simone Fedele, attaccante classe 2000, ha fatto un percorso tutt’altro che lineare prima di arrivare al Lallio. E ora non ha alcuna intenzione di andarsene.
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In giro per il mondo
Simone è nato a Forlì, si occupa di programmazione e controllo numerico e a gennaio dell’anno scorso si è trasferito a Bergamo per vivere con la sua compagna, che è bergamasca. Gioca a calcio sin da piccolo e ha toccato il suo picco a 17 anni, quando ha debuttato in Serie D. Nella massima serie dilettantistica ha collezionato 8 presenze, tutte con il Forlì, prima di trascorrere qualche stagione in prestito in Eccellenza.
Negli anni della pandemia i campionati si sono fermati e la sua carriera si è lentamente arenata. La passione per il pallone è rimasta, ma ha giocato sempre con meno continuità, anche all’estero. «Quando mi sono trasferito in Thailandia sono riuscito anche a trovare una squadra, ma purtroppo il campionato è stato continuamente sospeso e non ho mai debuttato. Lì è un calcio diverso: faceva un caldo infernale, tutti erano molto atletici e prestanti fisicamente, ma a livello tattico lasciano decisamente a desiderare».
Quando si è trasferito definitivamente a Bergamo, a fine gennaio, tramite una conoscenza in comune è riuscito a farsi tesserare dal Lallio, paese nel quale risiede: «Per me è stata una scelta facile. Ho trovato delle persone squisite, quello che mi ha colpito fin da subito è proprio il cuore d’oro della gente che ci lavora e la voglia di costruire un gruppo». Nonostante una prima mezza stagione difficile, non ha avuto dubbi: ha rifiutato qualsiasi altra proposta e ha scelto di restare. «Credo che ci siano tante possibilità di far bene qui. Sono ancora più motivato adesso».
Giocatore e… allenatore

La stagione appena conclusa non è andata come sperato. A novembre il mister si è dimesso e Simone, che allena anche i ragazzini del 2011, si è trovato a dover ricoprire il doppio ruolo di allenatore-giocatore per alcune settimane: «All’inizio avevo paura di rovinare i rapporti con i compagni. Invece i ragazzi sono stati tutti in gamba a capire che in quel momento c’era bisogno di quello».
La squadra è ripartita bene, con risultati incoraggianti, ma gestire tutto non è stato semplice: «Da giocatore hai la testa sul campo, da allenatore devi pensare a tutto il resto. Tenerli separati è difficile e a un certo punto ho capito che avevo bisogno di essere più libero per dare il meglio al mio lavoro individuale sul campo per poter essere utile alla squadra». E quando il vice Moris ha preso le redini della panchina, Simone ha potuto tornare a concentrarsi su se stesso. «Voglio dedicarmi al calcio giocato ancora per qualche anno, ma quell’esperienza mi ha insegnato tanto: su me stesso, su come si gestisce un gruppo, su quanto sia difficile il lavoro di chi sta fuori dal campo».
Il buon esempio prima di tutto
Per Simone, prima di tutto vengono il rispetto e la passione. Valori fondamentali, che cerca di trasmettere dando il buon esempio ai più giovani, ai suoi compagni e ai bambini che allena: «Cerco sempre di comportarmi bene, sia in allenamento che fuori. Se posso dare un consiglio utile a qualcuno, cerco di darlo sempre». Un modo di stare nel calcio che si sposa perfettamente a una realtà come quella del Lallio, in cui tutti, dal presidente al segretario, hanno sposato la causa con dedizione quotidiana.