Tutto è iniziato il 5 giugno, quando il Consiglio comunale di Dalmine è saltato per la mancanza del numero legale dovuta all’assenza di una parte della maggioranza.
Da quel momento, è scoppiata una settimana di tensione politica: prima la resa dei conti nella seduta fiume di sabato 6, poi la corsa ai ripari con una fitta agenda di vertici nel centrodestra per tentare di ricucire lo strappo.
Lo scenario che si è presentato venerdì scorso al palazzo comunale è stato del tutto inaspettato. In aula, c’erano sono le opposizioni e una folla di oltre cinquanta cittadini, accorsi per avere risposte su temi caldissimi come lo sciopero degli educatori e il rincaro della mensa scolastica.
Della maggioranza erano presenti solo quattro assessori, non è passata inosservata l’assenza del sindaco Francesco Bramani, dell’assessore all’Ambiente Michele Sorti e di sei consiglieri. Altri quattro consiglieri di maggioranza si sono presentati in Comune, ma non hanno preso posto sui banchi della seduta. Una mossa che è stata ritenuta strategica per evitare di essere messi in minoranza dalle opposizioni. Il Consiglio è quindi saltato ed è stato rinviato alla sera successiva, scatenando l’ira delle opposizioni.
La rabbia è esplosa anche tra le famiglie presenti in aula, sdegnate per il mancato dibattito sul caro-mensa e per la scelta del sindaco di rimanere chiuso nel suo ufficio per tutta la durata del caos. «I genitori, i rappresentanti della scuola e i cittadini del comune di Dalmine esprimono profondo sconcerto e indignazione per quanto accaduto in occasione dell’incontro indetto il 5 giugno per discutere della situazione della mensa scolastica dei nostri figli. La salute, la qualità del cibo e l’organizzazione di un servizio fondamentale per i bambini dovrebbero essere una priorità assoluta per chi amministra una comunità».
A metterci la faccia venerdì sono stati i quattro assessori rimasti (…)