L'intervista

Sofia Brizio, nuotatrice paralimpica protagonista di un film: «Con il nuoto ho trovato autonomia e libertà»

La 29enne bergamasca è al centro del documentario "Power of the current". L'anteprima il 14 giugno, alle 18.30, nella Sala dell’Orologio in piazza Libertà

Sofia Brizio, nuotatrice paralimpica protagonista di un film: «Con il nuoto ho trovato autonomia e libertà»

di Elena Esposto

Sofia Brizio, bergamasca di 29 anni, è nuotatrice paralimpica e protagonista del documentario Power of the current che sarà presentato in anteprima italiana domenica (14 giugno) alle 18.30 nella Sala dell’Orologio in piazza Libertà a Bergamo. La partecipazione è gratuita con prenotazione a questo link.

Il film, realizzato dalla casa di produzione gallese PO7C Films, è diretto dalla regista Alexia Barrett e co-diretto da Anna Fumagalli, che sarà in sala con Sofia Brizio per dialogare con il pubblico dopo la proiezione. Abbiamo intervistato Sofia Brizio, che ci ha raccontato qualche retroscena del documentario e della sua vita di atleta.

Com’è nata l’idea di fare questo film?

«È stata un’idea di Alexia. Ci siamo conosciute in Galles nel 2023, perché lei stava cercando un editor per il suo libro. In quel momento io stavo per tornare in Italia per i campionati di nuoto e quando gliel’ho detto le si è accesa una lampadina. Alexia lavora come production assistant alla Bbc, ma aveva già in programma di fare il suo debutto come regista. L’aveva incuriosita molto il fatto che facessi avanti e indietro tra Galles e Italia per le gare di nuoto e mi ha chiesto se potevamo lavorare insieme a un documentario».

E poi com’è andata?

«Non le ho detto subito di sì perché ho una certa avversione alle telecamere e anche perché pensavo che sarebbe stato un processo lunghissimo che chissà quando si sarebbe realizzato. Ma lei una settimana dopo mi ha mandato la scaletta completa del documentario e io ho accettato. Abbiamo iniziato a lavorarci nell’ottobre 2023, lanciando anche una raccolta fondi».

Quindi è un progetto autofinanziato?

«Sì, è completamente indipendente».

Nel tuo impegno di attivista antiabilista ti sei occupata molto della questione della “mitizzazione” della disabilità e di un certo discorso che tende a trasformare le persone con disabilità in eroi. Come hai affrontato l’idea di diventare la protagonista di un documentario che per qualcuno potrà essere fonte di ispirazione?

«Inizialmente non è stato facile, perché ero consapevole di essere l’unica persona disabile nel gruppo, ma con Alexia fin da subito c’è stata grande intesa e onestà. Io ho accettato di fare il film seguendo la sua impostazione, ma mettendo anche dei paletti sul messaggio da trasmettere. E sono stata ascoltata. Il documentario ha un’impronta commerciale perché, avendo lavorato per la tv, è quello l’ambito in cui Alexia si muove più facilmente, ma senza oggettificazione o narrativa ispirazionale legata alla disabilità».

Qual era il messaggio che era importante passare?

«Che la mia è una storia normale. Certo, con una componente di privilegio, perché senza il sostegno della mia famiglia non potrei permettermi tutti questi viaggi avanti e indietro per le gare. Ma in generale era questa idea della normalità a guidare la narrazione del documentario. Ormai si parla tanto degli atleti paralimpici, ma l’attenzione si concentra quasi sempre sui risultati. Raramente viene raccontato come ci si arriva, e nemmeno si parla di chi decide di fermarsi un passo prima».

Tu ti sei fermata?

«Sicuramente scegliendo di andare a vivere in Galles e di allenarmi da sola (cosa difficilissima se non hai un allenatore che ti dà un riscontro fuori dalla vasca, perché il nuoto è uno sport molto tecnico) ho perso qualcosa. Ma mi piaceva comunque l’idea di raccontare una storia di amore per lo sport, il saper mettere da parte l’agonismo che magari avrebbe potuto portarmi a livelli più alti e affermare che va bene essere mediocre».

Questo è un messaggio universale, e anche molto necessario in questo momento. Ma il film racconta anche gli aspetti specifici di essere un’atleta paralimpica…

«Volevamo che risaltasse anche il grande lavoro che fa la mia squadra, la polisportiva bergamasca Phb, che grazie al lavoro volontario offre non solo preparazione atletica, ma anche di sensibilizzazione allo sport. E soprattutto danno la possibilità di gareggiare a qualunque livello oppure di non fare gare e semplicemente andare a nuotare con un gruppo di persone disabili con cui condividere un’esperienza e sentirsi a proprio agio. Quindi il messaggio non sta tanto nel fatto di essere un’atleta paralimpica, ma la bellezza dello sport in tutte le sue forme e la bellezza di poter essere incoraggiati a seguire le proprie passioni, a ogni livello».

Per te il nuoto è stato anche la scoperta dell’autonomia.

«Sì, soprattutto nel contesto agonistico. Finché seguivo corsi di nuoto in cui spesso ero l’unica bambina disabile ero circondata da persone che si preoccupavano e mi tutelavano, ma in Phb sono stata catapultata in un mondo dove eravamo tutti disabili, e tutti facevamo tutto, pur con modifiche o attenzioni diverse da caso a caso. Poi le trasferte sono state le mie prime esperienze fuori casa. Anche se le allenatrici mi aiutavano, è stata una grande spinta innanzitutto a responsabilizzarmi, e poi per capire che potevo fare delle cose da sola e quali fossero i miei limiti».

Anche il trasferimento in Galles deriva dalla tua ricerca di autonomia. È una vita diversa da quella che avresti fatto se fossi rimasta a Bergamo?

«Penso che se non fossi andata via i miei genitori avrebbero fatto di tutto per farmi fare un’esperienza universitaria e lavorativa più “normale” possibile, ma avrei avuto comunque troppo bisogno del loro aiuto e di sforzi da parte loro. La mia vita sarebbe stata più limitata, anche perché dieci anni fa il movimento per i diritti delle persone disabili non aveva la forza e la visibilità che ha oggi, né c’era consapevolezza delle necessità che una persona disabile può avere, ad esempio sul lavoro».

Nel film racconti che andando a vivere all’estero hai dovuto lasciare indietro altri sogni. Quali?

«Innanzitutto, le relazioni. Gli amici, la famiglia, esserci per le occasioni importanti. Anche il nuoto, perché allenarmi da sola non è come farlo in squadra. Se fossi rimasta avrei sicuramente avuto più soddisfazioni. E poi la musica. Ho sempre suonato il pianoforte, ma ovviamente non ho potuto portarlo con me in Galles, dovendo vivere in case molto piccole».

A un certo punto dici che lasciare il nuoto avrebbe un impatto negativo sulla tua salute mentale. Che cosa intendi?

«Ho sempre avuto un rapporto complesso con il nuoto. All’inizio, quando mia mamma mi portava, non volevo andare. Anche quando sono entrata in Phb c’erano un sacco di cose che mi spaventavano, come tuffarmi o fare le gare, che mi mettevano ansia da prestazione. Poi però è diventata la cosa che mi ha dato più soddisfazione di tutte. Pormi degli obiettivi, capire che potevo migliorare, essere incoraggiata. Le amicizie che ho fatto all’interno della squadra sono diventate amicizie di una vita. Se all’inizio mi forzavo a stare in acqua il più possibile, alla fine, non so se per abitudine o per qualche strana congiunzione astrale, nuotare è diventato qualcosa di cui non posso più fare a meno. L’acqua mi permette di sperimentare un corpo diverso e di riposarmi dalla fatica che faccio ogni giorno quando ne sono fuori».