L'intervista

Il vicequestore Francesca Ferraro (quasi) ai saluti: «Bergamo oggi è più viva e sicura di trent’anni fa»

A settembre lascerà per la prima volta nella carriera la sua città, che ha servito con passione. Promossa dirigente superiore

Il vicequestore Francesca Ferraro (quasi) ai saluti: «Bergamo oggi è più viva e sicura di trent’anni fa»

Nel suo ufficio in via Noli, a Bergamo, non indossa la divisa. Ma non serve: Francesca Ferraro, 58 anni, vicario del questore, la divisa della polizia di Stato è come se ce l’avesse tatuata addosso. A parlare per lei non è certo il distintivo, quanto la carriera e i rapporti – professionali e umani – intessuti in oltre trent’anni di servizio in città.

Nella sua città, quella in cui è nata e cresciuta. E che ha ora accolto la sua promozione a dirigente superiore con lo stesso orgoglio con cui accoglie i successi di tutti i suoi “figli”. Peccato che, questa importante nomina, a settembre porterà Ferraro lontano da Bergamo.

Non è comune, in polizia, una carriera come la sua, compiuta nella sua stessa città…

«Infatti ora me ne vado (ride, ndr). Scherzi a parte, è vero, non è così comune. Soprattutto se si considera che non l’ho chiesto io, è capitato. E anche quando avrei voluto cambiare, mi è stato chiesto di rimanere perché c’era bisogno di me qui».

Nessuno conosce come lei Bergamo. Perché è così raro che i vertici di polizia siano del posto in cui lavorano? Non sarebbe un vantaggio?

«Negli anni questo aspetto è stato rivalutato, in realtà. Sempre più spesso le novità sono graduali. Non si cambiano i vertici tutti insieme, c’è consapevolezza che la conoscenza del territorio è un valore. Si cerca sempre di mantenere delle figure che diano una continuità. Allo stesso tempo, una persona che viene da fuori e porta con sé il suo bagaglio di esperienze sono convinta che possa dare tanto. Offre prospettive diverse, nuovi punti di vista. Trovare il giusto mix di innovazione e continuità credo sia il segreto per lavorare al meglio».

Il vicequestore Francesca Ferraro

Com’è la sua Bergamo?

«Sono cresciuta tra Redona e Borgo Santa Caterina, zona in cui vivo ancora oggi. Le elementari le ho fatte a Redona, le medie alla Petteni, poi ho frequentato il Sarpi. Bergamo è sempre stata una bellissima città, ma oggi mi piace molto di più. Probabilmente sono cambiata io, però mi ricordo che quando ero ragazza davvero alle sette di sera non c’era più niente da fare…».

«Una città morta»: c’è chi lo dice ancora oggi.

«Già, ma non penso proprio sia così. O almeno non come quando ero ragazza io. Allora Bergamo non era certo una città a misura di giovane, soprattutto se desideravi guardare e conoscere il mondo. Adesso sei continuamente a contatto con persone straniere. L’Università è cresciuta tanto e ha portato tanti ragazzi e tante ragazze. C’è una vitalità diversa, cosa che rende anche la città più sicura. Passeggiare per Città Alta è una meraviglia».

Il vicequestore Francesca Ferraro

È perché non trovava tutto questo che da giovanissima ha deciso di andare via?

«Anche. Mi stava un po’ stretta, ero una ragazza molto vivace. Tenga conto che ho preso il brevetto di paracadutismo prima di diventare poliziotta… E poi, per seguire la strada che avevo scelto, dovevo entrare in Accademia, che era a Roma».

Se avesse scelto un’altra strada – ha detto che le sarebbe piaciuto fare l’archeologa o la veterinaria – avrebbe comunque voluto lasciare Bergamo?

«Sì, in quel momento della mia vita sì. Ma per fortuna in Accademia sono riuscita a entrare (ride, ndr). Avevo (…)

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