Continuano ad aumentare le dimissioni volontarie dal posto di lavoro: nel primo trimestre di quest’anno sono state 10.377 (252 in più rispetto allo stesso periodo del 2025), anche se in termini inferiori rispetto al boom delle dimissioni registrato negli anni 2023 e 2024, ma comunque a livelli assolutamente più alti se si considerano le “abitudini” dei lavoratori bergamaschi di dieci anni fa.
I dati della provincia di Bergamo
Nella provincia di Bergamo, le dimissioni volontarie hanno registrato un picco storico nel post-Covid per poi avviare una fase di progressivo riallineamento. Nel 2022, l’anno del boom e del massimo storico, sono state oltre 42 mila le dimissioni registrate e una forte mobilità ha riguardato tutti i settori.
Nel biennio 2023-2024 c’è stata una graduale discesa con oltre 40 mila abbandoni, evidenziando una lieve diminuzione del -5,8 per cento rispetto all’anno precedente. Negli ultimi due anni, invece, una frenata più decisa della mobilità è stata registrata, e le dimissioni sono calate di circa il 10 per cento su base annua, pur continuando a rappresentare circa il 39 per cento del totale delle cessazioni.
Un focus particolare riguarda le lavoratrici madri, per le quali il territorio bergamasco ha registrato in passato un’incidenza elevata, con oltre tre quarti delle convalide di dimissioni riferite a donne (spesso a causa di un’insufficiente rete di servizi di cura). Insomma, la tendenza a rinunciare al posto sicuro per un progetto di vita diverso o per cercare condizioni migliori, salari più alti, maggiore flessibilità o nuove prospettive di crescita non tende a sparire, e le scelte volontarie di abbandonare l’assunzione rimangono quasi il 40 per cento di tutte le cessazioni.
«Il territorio di Bergamo rappresenta uno dei contesti occupazionali più dinamici del panorama italiano – dice Luca Nieri, segretario della Cisl di Bergamo -. Con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto circa l’1,3 per cento, il mercato del lavoro si presenta sostanzialmente saturo, caratterizzato da una domanda di personale che supera spesso l’offerta disponibile. In questo scenario, la mobilità lavorativa non è determinata principalmente dalla mancanza di occupazione, bensì dalla ricerca di opportunità professionali maggiormente in linea con le aspettative e le esigenze delle persone».
«Le aziende che riescono ad attrarre e trattenere i talenti – continua Nieri – sono quelle che, oltre a garantire una retribuzione competitiva, investono nella qualità dell’esperienza lavorativa. Tra gli elementi maggiormente ricercati emergono la flessibilità degli orari, le misure di conciliazione tra vita lavorativa e familiare, l’adozione di modelli organizzativi che prevedono lo smart working o altre forme di lavoro flessibile, percorsi strutturati di sviluppo professionale, programmi di formazione continua e concrete opportunità di crescita all’interno dell’organizzazione, tutti temi su cui la contrattazione sindacale ha sempre posto grossa attenzione e su cui molte aziende hanno mostrato non poche rigidità».
«La capacità di rispondere alle nuove aspettative dei lavoratori – conclude il sindacalista bergamasco – rappresenta oggi un elemento distintivo che consente alle organizzazioni di affrontare con maggiore efficacia le sfide poste da un mercato del lavoro altamente competitivo e in continua evoluzione».