Prendete un personaggio qualsiasi del mondo del calcio, uno di quelli che si atteggiano e cercano sempre di brillare di luce riflessa. Avete presente? Ecco, ora andate dalla parte opposta e troverete lui, Maurizio Sarri.
Il nuovo allenatore della Dea ha parlato ieri (16 luglio) per la prima volta a Zingonia facendo un figurone, riuscendo a strappare sorrisi ai presenti (compresa la proprietà americana e i Percassi) e lasciando per strada una serie di segnali che, per il presente e il futuro, sono molto importanti.
La fatica non è un problema, ma il mezzo
Maurizio Sarri è consapevole che non sarà una passeggiata. E non lo ha nascosto, lo ha detto chiaramente. Ha parlato della pazienza della famiglia Atalanta come di un alleato prezioso, ha sottolineato come ci sia sempre il lavoro a sostenere il percorso e ha chiesto tempo. Non a prescindere, non sulla fiducia. Ha messo la fatica come “contropartita”. Sudore, lotta, campo, punti. Portando esempi come Empoli e Napoli per far capire che non ha problemi a guardare in faccia qualcosa che spaventa solo chi non comprende fino in fondo cosa significhi fare calcio ad alti livelli.
Quel «purtroppo» che non ti aspetti
Quando ha parlato del nuovo ciclo, dicendo che sarà completamente nuovo rispetto a quello degli ultimi dieci anni, Sarri si è fatto scappare un «purtroppo». Precisando che «sono qui per fare il mio calcio». Quel «purtroppo» è una carezza al popolo atalantino, la dichiarazione più sincera che potesse fare: siete abituati a qualcosa che vi ha fatto sognare, io credo in un altro modo di fare calcio e lavoro per portare in alto l’Atalanta passando da lì. E ve lo dico, con onestà, “scusandomi” perché so che sarà diverso. Proverò a rendervi felici attraverso la fatica. Sembra quasi un ossimoro.
Sarri non ha firmato, ha scelto
Lo ha detto chiaro: Sarri ha scelto l’Atalanta, perché aveva e ha addosso una «sensazione» da anni che «doveva ripagare». Siamo di fronte a un uomo di 67 anni che non cerca contratti o salti carriera, ma stimoli. Vuole sfide. E quella di Bergamo lo stuzzicava, lo ha subito convinto e la vuole vivere da protagonista. Se Palladino aveva fatto capire di considerare la Dea un passaggio, Sarri lascia intendere che quello di Bergamo è un punto di arrivo. E ciò nonostante lo avessero cercato società già pronte anche per vincere (vedi il Napoli).
Il viaggio, la meta, i sogni
«Vorrei creare una squadra resa forte dal lavoro e portarla a vincere qualcosa. Non perchè sono un maniaco delle vittorie, quelle spesso sono sopravvalutate. Molto spesso il viaggio è più bello della meta. Io a Napoli non ho vinto nulla, ma il viaggio è stato stupendo. E spero sia lo stesso qui». Parole dette con gli occhi di chi ha dentro qualcosa che in pochi hanno, a un popolo che vuole tornare a sognare ma non ha paura di faticare per riuscirci. E allora iniziamolo, questo viaggio. Senza fissare la meta, ma con il piacere di percorrerlo.
Il calcio è tornato al centro del villaggio
Al netto delle sfumature, comunque rappresentative dell’uomo, Sarri ha parlato tantissimo di calcio. Posizioni, allenamenti, prospettive tattiche e non solo. In 25 minuti ha snocciolato più spunti di riflessione di quanti ne abbiamo sentiti negli ultimi dodici mesi. Seduto in sala stampa, a pochi metri da lui, si è percepita la preparazione di un uomo che sta bene in tuta e scarpe da calcio piuttosto che con la giacca dietro la scrivania. Anche perché lì non può fumare. Buon lavoro mister.