C’era un tempo, non troppo lontano, in cui per assistere a un comizio o partecipare a una festa con Umberto Bossi accorrevano centinaia e centinaia di persone. Alcune invero pittoresche. Ma tutte accomunate dallo stesso sentire: quello del popolo del Nord.
Riempivano tendoni e tavolate, bandiere e felpe col nome del Capo e lo stemma dell’Alberto Da Giussano. Nell’aria echeggiava una sola parola: l’onirica «Padania», meglio se libera. Poi declinata in “secessione”, scandita come si fa negli stadi, sotto capannoni che ribollivano di passione politica. Era una sorta di sagra paesana a “pa’ e strinù”, tutta pacche sulle spalle, celodurismo e atteggiamenti anti-sistema. Di minuto in minuto, cresceva l’attesa per ascoltare le parole del vate che arringava quel popolo pendente dalle sue labbra.
In quella bolgia, prima del discorso finale del leader, salivano sul palco tutti i colonnelli leghisti, osannati come portatori del nuovo verbo che avrebbe liberato il Settentrione da tasse e balzelli, in una parola dal giogo di Roma.
Fra questi c’era anche un bergamasco, d’innata provocazione: Roberto Calderoli. E proprio a lui – storico ministro che fece catasta di migliaia di leggi inutili dando loro fuoco e che si è presentato sul palco con la maglietta “Io sto con Mario Roggero” -, non è parso vero di vedere, nello scorso fine settimana, tante sedie vuote alla festa per il ricordo di Umberto Bossi e Roberto Maroni.
La “Puntida Fest” della Lega Lombarda, in realtà, doveva tenersi a Pontida, sacro suolo leghista. Ma per mancanza di autorizzazioni è stata spostata in fretta e furia all’area feste di Cisano. Capirete, già lì, tutt’altra cosa. Ma (…)