Chi era

Addio a Cherif Seck, arrivò a Bergamo per cercare lavoro e diventò un punto di riferimento della Ruah

Nato in Senegal nel 1949, era arrivato in città nel 1991. Educatore e mediatore culturale, ha dedicato 35 anni all’accoglienza e alla solidarietà, costruendo un ponte con il suo Paese d’origine

Addio a Cherif Seck, arrivò a Bergamo per cercare lavoro e diventò un punto di riferimento della Ruah

«Vai a Bergamo, che c’è lavoro». Gli bastò quel consiglio, ricevuto a Napoli, per partire ancora una volta. Cherif Seck arrivò così a Bergamo nel 1991, senza probabilmente immaginare che quella città sarebbe diventata la sua casa e che vi avrebbe trascorso i successivi 35 anni. Non soltanto lavorando e costruendo una famiglia, ma lasciando un segno profondo nella storia della Comunità Ruah e nelle vite di molte delle persone che l’hanno attraversata.

Cherif Seck è morto nel pomeriggio di mercoledì 22 luglio. Nato nel 1949 a M’bour, in Senegal, aveva 77 anni. Lascia la moglie Adama e due figli, entrambi nati in Italia, più un terzo in Senegal.

Quando arrivò a Bergamo fu accolto al Centro di Accoglienza della Comunità Ruah. Cercava un lavoro ed era disposto a fare qualsiasi cosa, ma aveva già un’idea precisa di come avrebbe potuto rendersi utile. «Sono disponibile a qualsiasi proposta di lavoro – disse -, ma considerando che all’interno del Patronato San Vincenzo avete una scuola di alfabetizzazione e promuovete interventi nelle scuole e negli oratori, mi piacerebbe propormi come mediatore culturale». Era il 1991. Quella proposta sarebbe diventata molto più di un lavoro.

«Da allora e fino a ieri per Cherif il principale pensiero era lo spirito della Ruah», racconta Giulio Baroni. Anche una volta raggiunta la pensione, infatti, Seck non aveva smesso di collaborare. Continuava a farlo volontariamente, mettendo a disposizione tempo ed esperienza.

Negli anni, da educatore, aveva incontrato moltissimi richiedenti asilo e giovani arrivati in Italia dopo essere stati soccorsi in mare. Ascoltava i loro racconti, soprattutto quelli dei viaggi attraverso la Libia e la Tunisia. Storie di violenze e ingiustizie che lo ferivano e sulle quali poteva discutere per ore, indignandosi davanti a ciò che riteneva provocato da persone «indegne di umanità». Forse anche per questo Cherif era convinto che per capire davvero un luogo e le persone che lo abitano non bastassero le parole.

Portò alcuni giovani universitari bergamaschi fino a M’bour, la città senegalese nella quale era nato. Voleva che vedessero, incontrassero, conoscessero direttamente. «A parole si può immaginare – diceva -, ma la conoscenza diretta e la povertà con cui si viene a contatto sono esperienze che cambiano la vita». Aveva ragione almeno per alcuni di loro. Tornati dal Senegal, alcuni di quei ragazzi diventarono volontari, poi educatori. Oggi sono referenti di diverse aree della Cooperativa Ruah.

Cherif, intanto, continuava a immaginare progetti capaci di tenere insieme le sue due case. Quando partì l’esperienza del “Triciclo”, collaborò all’invio di container di vestiti usati per sostenere un progetto dedicato alle donne senegalesi in difficoltà. Poi rivolse l’attenzione alla scuola: contribuì alla realizzazione di una materna per più di cinquanta bambini a Dakar e di un’altra a M’bour. Con la Ruah partecipò anche all’apertura di una scuola professionale dove imparare sartoria, cucina, informatica e il mestiere di parrucchiere.

Bergamo e il Senegal, nella sua vita, non furono mai due mondi separati. Cherif sembrava piuttosto cercare continuamente qualcosa da portare dall’uno all’altro. C’era soprattutto una cosa che diceva di avere scoperto in Italia e che considerava preziosa: il volontariato. Quando gli amici della Ruah insistevano perché facesse domanda per ottenere la cittadinanza italiana, lui rimandava, sostenendo di non avere tempo. E spiegava: «Ho ricevuto molto dall’Italia, in particolare ho conosciuto un valore che in Africa non esiste, la solidarietà del volontariato. Questo per me è il dono più grande». Un dono che, a modo suo, ha trascorso una vita intera a restituire.

Alla Ruah oggi lo ricordano come «un sognatore». Cherif poteva passare la notte a pensare e presentarsi il mattino seguente con una nuova idea e una delle sue «perle di saggezza». Qualche volta erano progetti difficili da realizzare, ma dietro c’era sempre la stessa disponibilità a mettersi in gioco in prima persona. Era rimasto così anche dopo la pensione. Continuava a collaborare volontariamente con la Comunità, ancora legato a quello «Spirito della Ruah» incontrato quando era appena arrivato a Bergamo.

Era venuto perché, a Napoli, qualcuno gli aveva detto che qui avrebbe trovato lavoro. Trentacinque anni dopo, Cherif Seck lascia molto più del lavoro che aveva trovato: una famiglia, progetti nati tra Bergamo e il Senegal e persone che, incontrandolo, hanno scelto a loro volta di dedicarsi agli altri. «Per noi – scrive Baroni – una testimonianza che ci ha reso più grandi».

Chi volesse salutare Cherif Ibrahima Seck potrà farlo venerdì 24 alle ore 18 alla Casa del Commiato via Suardi 36 a Bergamo. Giovedì 30 luglio, alle ore 14, ritrovo nel cortile di Casa Amadei (via San Bernardino 77) per un momento di spiritualità condivisa e di saluto.