«Sono passati otto anni da quel freddo agosto in cui mi hai salutato definitivamente, ma forse era solo un arrivederci. Alcuni continuano a dirmi che ci guardi da lassù, ma io detesto quella immagine di te fermo su una nuvoletta. A guardare cosa, poi? Io in A4, che faccio l’aperitivo o che disegno? Non eri un’anima stabile né immobile prima, figuriamoci ora».
Con queste parole commosse Giovanni Manzoni ricorda il padre Cesare, anima artistica di “Un fiume d’arte” scomparso il 3 agosto 2018. Adottato da piccolo in Bolivia, l’artista quarantaseienne – oggi attivo a Milano dopo gli studi a Brera – deve l’avvio alla pittura proprio all’esempio avuto dal papà nell’infanzia.
Piuttosto che immaginarlo immobile su una nuvola in cielo, oggi Giò vorrebbe pensarlo ancora in cammino: tra i suoi paesaggi dipinti, a parlare con le pietre di fiume o in viaggio verso una nuova vita, proprio come nel film “Prossima fermata il Paradiso”.
«Mio papà aveva tanti figli simbolici acquisiti col tempo: aveva salvato diverse vite, ne aveva accomodate altre e altre le aveva cambiate radicalmente: dai tanti ragazzi cresciuti alla “Ciudad de los niños”, a quel prete scampato ai guerriglieri che nascose in auto in un villaggio sperduto del Sud America fino al matrimonio salvato accompagnando la sposa all’altare come padrino», dice Giovanni, ricucendo il filo di una storia cresciuta nell’amore di Cesare e della moglie Pierina Piazzalunga.
Accanto ai ricordi più belli affiorano, però, anche i rimpianti per quei piccoli gesti quotidiani (…)