Una calzatura da lavoro può avere la misura corretta e risultare comunque sbagliata per il lavoro che deve svolgere. È uno dei punti da cui conviene partire quando una scarpa viene indossata per gran parte della giornata, magari alternando ore in piedi, spostamenti continui, scale, pavimenti industriali, zone bagnate o terreni irregolari. Comfort e sicurezza, in questo contesto, devono essere valutati insieme, perché una protezione adeguata rispetto a un determinato rischio non dice automaticamente molto sulla qualità dell’esperienza d’uso durante un turno di otto ore.
Le norme tecniche aiutano a stabilire quali prestazioni protettive devono possedere le scarpe antinfortunistiche, mentre la valutazione del lavoro reale serve a capire quali di quelle prestazioni siano effettivamente necessarie. È una distinzione fondamentale. L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, nella documentazione dedicata alle calzature protettive, indica infatti che la selezione dovrebbe essere preceduta da una valutazione dei rischi che consideri sia i pericoli presenti sia le condizioni operative: lavoro prevalentemente in piedi, movimento continuo, utilizzo di scale, superfici lisce o scivolose, attività all’aperto, condizioni ambientali e caratteristiche dei materiali con cui si entra in contatto.
Anche la ricerca ergonomica suggerisce di evitare soluzioni semplicistiche. Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 su Safety and Health at Work, dedicata alle occupazioni che richiedono una permanenza prolungata in piedi, ha rilevato che caratteristiche come rigidità della suola, ammortizzazione e supporto devono essere considerate in relazione al tipo di attività: una soluzione particolarmente morbida non è automaticamente la più confortevole o funzionale in ogni situazione, così come una struttura più rigida può aumentare la stabilità ma generare pressioni localizzate.
Prima della scarpa viene il lavoro: pavimento, movimento e rischi cambiano la scelta
La domanda utile non è quindi quale sia la migliore scarpa da lavoro in assoluto, ma quale calzatura sia adatta a una determinata esposizione. Un addetto che lavora prevalentemente in un magazzino asciutto e percorre molti chilometri nell’arco del turno ha esigenze diverse da chi opera in cantiere tra materiale tagliente e superfici irregolari. Cambiano ancora le priorità in una cucina professionale, in un’officina con possibili contaminazioni del pavimento, in un reparto industriale nel quale è necessario gestire fenomeni elettrostatici o in un’attività esposta frequentemente ad acqua e intemperie.
Il principio è confermato anche dalle indicazioni delle autorità per la sicurezza sul lavoro. L’OSHA statunitense, pur facendo riferimento a standard normativi differenti da quelli europei, utilizza una classificazione dei rischi molto chiara: la protezione dei piedi diventa necessaria in presenza di oggetti che possono cadere o rotolare, elementi capaci di perforare la suola oppure specifici pericoli elettrici. Le linee guida dell’ente distinguono inoltre tra protezione dagli impatti, dalla compressione e dalla perforazione, mostrando perché il puntale, da solo, non esaurisce la valutazione di una calzatura professionale.
La superficie merita un ragionamento altrettanto preciso. L’Health and Safety Executive britannico sottolinea che una generica definizione di calzatura “antiscivolo” non garantisce prestazioni identiche su acqua, oli, residui alimentari, pavimenti lisci o superfici esterne. Contano il disegno del battistrada, il materiale della suola e soprattutto l’interazione tra scarpa, contaminante e pavimento. Una suola che funziona bene in un ambiente può comportarsi diversamente in un altro. L’HSE arriva a raccomandare, negli ambienti più problematici, prove effettuate nelle condizioni reali di lavoro anziché una selezione basata esclusivamente sulle descrizioni commerciali.
Questo cambia anche il modo di leggere un catalogo di scarpe antinfortunistiche. La misura resta indispensabile, naturalmente, ma deve arrivare dopo aver individuato almeno le condizioni prevalenti: quante ore vengono trascorse in piedi, quanto si cammina, se il pavimento è regolare, se esistono rischi di perforazione, se serve resistenza all’acqua, se sono presenti temperature elevate o esigenze elettrostatiche. La scarpa diventa così l’ultimo passaggio di una valutazione, non il primo.
S1P, S3, S3S e S7S: cosa dicono davvero le classificazioni
In Europa il riferimento centrale per le calzature di sicurezza è la EN ISO 20345, nella versione 2022 e nei successivi aggiornamenti applicabili. Il quadro va letto insieme al Regolamento europeo 2016/425 sui dispositivi di protezione individuale, che stabilisce i requisiti generali per progettazione, fabbricazione e immissione sul mercato dei DPI. La EN ISO 20345 riguarda le calzature dotate di puntale protettivo e prevede, come requisito fondamentale, una resistenza del puntale a un impatto di 200 joule; da questa base si aggiungono caratteristiche differenti a seconda della categoria.
La classificazione è diventata più articolata con l’edizione 2022. Una S1 prevede, tra le altre caratteristiche previste dalla categoria, zona del tallone chiusa, proprietà antistatiche e assorbimento di energia nella zona del tallone. Quando è necessaria anche una protezione contro la perforazione compaiono sigle ulteriori. La norma distingue oggi il tradizionale inserto metallico indicato con P dagli inserti non metallici: PL identifica una prova effettuata con chiodo da 4,5 millimetri, mentre PS utilizza un chiodo da 3 millimetri, quindi più sottile e più impegnativo rispetto alla capacità del materiale di impedirne il passaggio. Da qui derivano sigle come S1PL, S1PS, S3L e S3S.
Le categorie S2 aggiungono requisiti relativi alla penetrazione e all’assorbimento dell’acqua da parte della tomaia; le famiglie S3 integrano anche protezione dalla perforazione e suola con rilievi, con le diverse lettere finali che identificano il tipo di inserto. Le categorie S6 e S7 introdotte nella versione 2022 riguardano invece calzature con resistenza all’acqua dell’intera scarpa, non semplicemente della tomaia: in termini generali, S6 corrisponde alla logica della S2 con requisito WR, mentre S7 associa la protezione tipica delle categorie S3 alla resistenza all’acqua dell’intera calzatura.
Sono poi disponibili marcature aggiuntive. HRO riguarda, per esempio, la resistenza della suola al contatto con superfici calde; SR identifica una prova aggiuntiva di resistenza allo scivolamento; SC riguarda la resistenza all’abrasione del rinforzo anteriore; LG il grip sulle scale; FO la resistenza della suola agli idrocarburi. Proprio FO offre un esempio utile di quanto sia rischioso tradurre una sigla in una promessa più ampia: resistenza agli idrocarburi e resistenza allo scivolamento sono proprietà differenti. Anche l’HSE mette esplicitamente in guardia dall’equivalenza tra “oil resistant” e “slip resistant”.
Casa Della Ferramenta: un catalogo in cui la differenza tra i modelli è parte della scelta
Il catalogo di Casa Della Ferramenta permette di osservare concretamente quanto il settore delle calzature professionali sia diventato differenziato. L’e-commerce opera su un assortimento più ampio di ferramenta, utensili, fissaggio, forniture industriali, pulizia e antinfortunistica; quest’ultima area è organizzata per protezione del capo, udito, vista, vie respiratorie, abbigliamento, guanti, calzature, sistemi anticaduta e attrezzature di sicurezza. Il sito si rivolge sia all’utilizzo professionale sia al lavoro domestico e dedica ai clienti professionali funzioni specifiche, tra cui listini dedicati, preventivi e possibilità di richiedere articoli fuori catalogo.
Nella sezione dedicata alle calzature, Casa Della Ferramenta distingue scarpe da lavoro e stivali e dichiara la presenza, nella categoria più generale, di marchi come Base, DeltaPlus e Diadora. La pagina specifica delle scarpe, al momento della consultazione, permette di filtrare i prodotti dei marchi Base, DeltaPlus e Puma e soprattutto mostra classi differenti: S1P, S1PS, S3, S3S e S7S. Sono presenti modelli bassi e versioni “Top” o “Mid”, oltre a prodotti caratterizzati da requisiti quali resistenza al calore della suola, impermeabilità, membrane Gore-Tex e protezioni specifiche.
È proprio questa varietà a rendere sensato utilizzare un e-commerce specialistico come strumento di confronto anziché cercare genericamente una scarpa della propria misura. Tra le presenti figurano, per esempio, modelli destinati a esigenze molto differenti. La Base I-Code è indicata come S1P SRC ESD secondo EN ISO 20345:2011 e utilizza tomaia in microfibra, puntale non metallico e inserto antiperforazione, insieme a una costruzione della suola orientata all’ammortizzazione. Nel catalogo convivono però anche calzature S3 HRO e prodotti appartenenti alle più recenti categorie S3S e S7S.
Questa presenza contemporanea di prodotti certificati secondo edizioni differenti della norma merita attenzione anche dal punto di vista dell’acquisto. La sigla deve essere letta insieme alla norma riportata nella scheda e alla documentazione del singolo prodotto, perché una marcatura SRC appartenente al sistema della EN ISO 20345:2011 non va interpretata come se facesse parte della classificazione introdotta nel 2022, che ha modificato il sistema delle prove antiscivolo. Più che cercare una sigla “migliore”, diventa quindi utile confrontare schede tecniche, destinazione d’uso e caratteristiche effettivamente necessarie.