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Omicidio Muttoni, perché sono state riconosciute le attenuanti generiche: De Simone e la «vita difficile»

La spedizione, i quattordici minuti di sangue, il processo e il vissuto personale dei due condannati, in particolare di Carmine De Simone

Omicidio Muttoni, perché sono state riconosciute le attenuanti generiche: De Simone e la «vita difficile»

La sentenza sull’omicidio di Luciano Muttoni racconta una spedizione concepita con «lucidità e consapevolezza», culminata in quattordici minuti di violenza nella casa di via Rossini. Pugni, calci, colpi alla testa inferti anche con il calcio della pistola scacciacani, sangue e infine l’abbandono della vittima agonizzante sul pavimento, senza chiamare i soccorsi.

Ma nelle motivazioni della condanna c’è anche la spiegazione del perché ai due imputati siano state riconosciute le attenuanti generiche: a pesare sarebbe stato anche il loro vissuto personale. Si parla di Carmine De Simone e Mario Vetere, rispettivamente condannati a 23 anni e mezzo e a 16 anni di carcere per l’omicidio di Luciano Muttoni, affittacamere di 58 anni ucciso nella sua abitazione di Valbrembo il 7 marzo 2025.

Le condanne per l’omicidio di Muttoni

La pm Letizia Ruggeri aveva chiesto per entrambi l’ergastolo, ma non ha impugnato la sentenza. Per Vetere, invece, ha presentato appello l’avvocato Daniele Tropea. Corriere Bergamo, che ha riportato la notizia, non ha potuto raccogliere il commento dell’avvocato Luca Bosisio, difensore di De Simone e anche del fratello Jacopo De Simone, condannato l’8 settembre a 18 anni e un mese per l’omicidio di Riccardo Claris a Bergamo.

Per Carmine De Simone, la ricostruzione della sua vita personale difficile era stata uno degli argomenti portati dalla difesa. Bosisio aveva chiesto una perizia psichiatrica, richiesta respinta dalla Corte presieduta da Donatella Nava, con Sara De Magistris, estensore della sentenza, a latere. I giudici hanno escluso che le difficoltà personali di De Simone avessero compromesso la sua capacità di intendere e di volere.

De Simone, 25 anni, aveva raccontato durante il processo una versione diversa rispetto a quella fornita inizialmente, sostenendo di aver voluto «farla pagare» al 58enne perché aveva infastidito la sua fidanzata due sere prima dell’omicidio. La Corte, però, ritiene che l’obiettivo della spedizione fosse il denaro che De Simone aveva visto a Muttoni. De Simone lo aveva riferito al gip, mentre Vetere aveva spiegato di essere stato contattato per «eseguire un lavoro». Il tramite era Alessandro Alfì, già condannato a 5 anni e 8 mesi.

A confermare la premeditazione del colpo, secondo i giudici, c’è anche il fatto che De Simone si fosse procurato passamontagna, pistola e guanti. L’accordo, secondo quanto riferito da Vetere durante il processo, era quello di entrare rapidamente nell’abitazione e non fare del male a nessuno. La realtà, però, fu diversa: in via Rossini si consumò una violenza durata 14 minuti. La Corte sottolinea la «spregiudicatezza» con cui la violenza sarebbe proseguita anche quando Muttoni era ormai agonizzante. I due, inoltre, dopo averlo lasciato a terra, non chiamarono i soccorsi, neppure in forma anonima.

Il vissuto di De Simone e le attenuanti

La storia personale di Carmine De Simone è uno degli elementi esaminati dalla Corte nel valutare le attenuanti. Aveva sette anni quando perse la madre, che aveva problemi di droga. Dopo due anni trascorsi in comunità e l’esperienza con una famiglia adottiva, a 13 anni tornò in comunità e successivamente iniziò a vivere allo sbando. Già nel 2009, quando era ancora minorenne, era stato seguito dalla neuropsichiatria infantile, che aveva diagnosticato «un disturbo di personalità emotivamente instabile, di tipo borderline». Tra i 16 e i 17 anni aveva iniziato a fare uso di droghe.

La Corte, tuttavia, non ha ritenuto che questo vissuto fosse tale da incidere sulla capacità di intendere e volere. La storia personale ha invece contribuito, insieme agli altri elementi valutati, al riconoscimento delle attenuanti generiche, che per De Simone sono state bilanciate per equivalenza con le aggravanti della minorata difesa della vittima e del nesso teleologico con la rapina.

Diversa la valutazione per Mario Vetere, che aveva un unico precedente per rapina e tentate lesioni. Nel suo caso, le attenuanti generiche sono state ritenute prevalenti sulle aggravanti. I due, dopo l’omicidio, si erano impossessati di 50 euro, delle carte di credito e della vecchia Volkswagen di Muttoni. A guidarla la notte successiva era stato De Simone, in provincia di Monza e Brianza, insieme a tre amici e senza patente. Proprio quell’auto è diventata uno degli elementi che hanno condotto gli investigatori fino alla vittima.