L'operazione

Dal biogas ai campi, l’inchiesta coinvolge anche la Bergamasca

Sequestrato l’impianto di Chiari. Secondo gli investigatori, oltre 144mila tonnellate di digestato sarebbero state distribuite tra le province di Brescia e Bergamo

Dal biogas ai campi, l’inchiesta coinvolge anche la Bergamasca

Per anni avrebbe continuato a produrre energia mentre il sistema destinato a ridurre il carico di azoto del digestato, il materiale che resta al termine del processo, sarebbe rimasto spento o comunque inattivo. Nel frattempo, secondo l’ipotesi investigativa, quel materiale sarebbe stato distribuito sui terreni agricoli di otto Comuni tra le province di Brescia e Bergamo. È su questa ricostruzione che questa mattina, martedì 29 settembre, i Carabinieri Forestali di Brescia e i tecnici di Arpa Lombardia hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo disposto dal Gip del Tribunale di Brescia.

Nel mirino è finito l’impianto per la produzione di energia da biogas di Chiari e, insieme a esso, le strutture della società che lo gestisce. Il provvedimento è stato richiesto dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia ed è arrivato al termine di un’indagine cominciata nel gennaio 2024 e condotta dai Carabinieri Forestali e da Arpa.

La parte dell’inchiesta che riguarda più da vicino il territorio bergamasco porta a Palosco e Mornico al Serio, due degli otto Comuni nei quali, secondo gli investigatori, sarebbe stato distribuito il digestato. Gli altri sono Chiari, Coccaglio, Pontoglio, Cologne, Palazzolo sull’Oglio e Urago d’Oglio.

La quantità complessiva è rilevante: oltre 144mila tonnellate di materiale liquido sarebbero finite sui terreni agricoli nel periodo compreso tra il 2022 e il 2024. Secondo la ricostruzione accusatoria, il digestato avrebbe contenuto una quantità di azoto fino a quattro volte superiore a quella dichiarata. E nei terreni classificati come vulnerabili ai nitrati sarebbe stato superato in maniera sistematica il limite di 170 chilogrammi di azoto per ettaro previsto dalla normativa per tutelare le acque superficiali e sotterranee.

L’ipotesi degli investigatori è che il mancato funzionamento dell’impianto di abbattimento dell’azoto non fosse occasionale. Sarebbe stato mantenuto spento proprio per ridurre i costi legati alla gestione ambientale, aumentando così il margine economico della produzione di energia. Da questa ricostruzione nasce anche la stima del presunto profitto illecito: più di 800mila euro nell’arco dei tre anni considerati nell’indagine, che corrisponderebbero ai costi che la società avrebbe evitato sostenendo una gestione ambientale diversa da quella prevista.
Nel procedimento sono indagate quattro persone, a vario titolo, per le ipotesi di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, smaltimento illecito, falso in atto pubblico e impedimento al controllo. È inoltre coinvolta la società proprietaria dell’impianto, sul piano della responsabilità amministrativa prevista dal decreto legislativo 231 del 2001.

Il sequestro disposto dal Gip ha anche una finalità economica: evitare che possa essere utilizzato o conservato il presunto vantaggio derivato dalle condotte contestate. Al centro restano però soprattutto i terreni agricoli e il possibile impatto di una quantità così grande di materiale con un carico di azoto ritenuto fuori norma.