la vicenda

Viene licenziato perché gioca a calcetto in malattia, ma ha la sclerosi e può farlo. L’azienda lo risarcirà

L'uomo, 50 anni, è in cura al Papa Giovanni di Bergamo. L'azienda lo aveva licenziato per giusta causa, ma il tribunale gli ha dato ragione

Viene licenziato perché gioca a calcetto in malattia, ma ha la sclerosi e può farlo. L’azienda lo risarcirà

Licenziato per giusta causa perché, durante i periodi di malattia, andava a giocare a calcetto. Impugna il licenziamento e vince, ottenendo così il pagamento di dodici mensilità da seimila euro lordi l’una. È la storia di Mario, cinquant’anni, ex dipendente di un’azienda metalmeccanica. Nel 2023 scopre di essere affetto da sclerosi multipla e intraprende un percorso di cura alla Neurologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: ha un figlio con problemi di salute e soffre d’ansia. Per la giudice, che gli ha dato ragione, quelle partite non erano incompatibili con la sua patologia né avevano rallentato la guarigione.

Il fatto di giocare a calcetto durante la malattia non basta, da solo, a giustificare un licenziamento. Occorre dimostrare che l’attività svolta sia incompatibile con la patologia del dipendente oppure che possa ritardarne la guarigione. È il principio ribadito dalla sentenza della giudice Monica Bertoncini al termine della causa promossa da Mario, assistito dall’avvocato Alessandro Corvino.

Dalla diagnosi al licenziamento

La vicenda ha inizio nel maggio 2023, come riporta Corriere Bergamo che ha raccontato la sua storia, quando arriva una diagnosi che cambia profondamente la vita di Mario: una sospetta sclerosi multipla, successivamente confermata dagli accertamenti. Per le cure inizia un percorso nella Neurologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII. Le difficoltà personali, la nuova condizione clinica e le tensioni sul lavoro finiscono per aggravare il suo stato psicologico: comincia così un percorso con gli psicologi, Mario usufruisce di permessi e trascorre alcuni periodi in malattia.

È proprio durante le assenze per malattia che l’azienda decide di farlo controllare da un investigatore privato. L’attività dell’uomo viene così documentata in diverse occasioni, comprese alcune serate trascorse sui campi da calcetto. Il primo procedimento disciplinare si conclude nel dicembre 2023 con una sospensione di due giorni senza retribuzione. Il 14 marzo 2024 Mario viene licenziato per giusta causa.

Mario aveva spiegato al datore di lavoro la propria condizione di salute (l’azienda non ha diritto a conoscere la diagnosi), ma non torna indietro. Il cinquantenne decide così di impugnare il licenziamento, rivolgendosi all’avvocato Alessandro Corvino. La causa si conclude a suo favore: dopo aver ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla, gli psicologi avevano consigliato all’uomo di non isolarsi, di mantenere i rapporti sociali e di continuare a dedicarsi alle attività che lo facevano stare bene.

A gennaio 2024 gli viene diagnosticata una «sintomatologia ansiosa reattiva a situazioni complesse», che nel frattempo si era riacutizzata. Mario assume farmaci e continua gli incontri con gli psicologi. Al cinquantenne vengono contestati diversi comportamenti, come quello del 16 febbraio quando ha abbandonato il posto di lavoro: spiegherà di averlo fatto a causa di un crollo psicologico. Ma quell’episodio, per la giudice, valutato nel complesso della vicenda, non viene ritenuto di gravità tale da sostenere un licenziamento per giusta causa.

Le partite non sono incompatibili con la patologia

E poi ci sono le partite di calcetto. Mario risulta assente dall’8 gennaio al 14 febbraio e poi dal 19 febbraio al 15 marzo. Durante questi periodi, secondo l’azienda, avrebbe giocato a calcetto il 6, il 13 e il 20 febbraio: l’investigatore descrive in maniera dettagliata attività, orari, spostamenti e perfino l’abbigliamento. Per l’azienda comportamenti incompatibili con l’assenza per malattia. Per la giudice, aver giocato a calcetto in quelle sere non è incompatibile con lo stato di malattia, né ha ritardato la guarigione.

Nella consulenza vengono inoltre richiamati studi relativi alle patologie neurologiche e psichiatriche, dai quali emerge anzi il possibile beneficio dell’attività sportiva nel miglioramento della qualità della vita. La semplice attività svolta durante un periodo di malattia, è il principio della sentenza, non costituisce automaticamente una giusta causa dal licenziamento: occorre valutare se quella condotta sia concretamente incompatibile con la patologia o possa compromettere il recupero del dipendente.

A Mario vengono così riconosciute dodici mensilità da seimila euro lordi ciascuna, che l’azienda dovrà pagargli. Nel frattempo ha trovato un nuovo posto di lavoro. E la sera continua a giocare a calcetto.