Celebrazioni

Grassobbio ha festeggiato un anno di Palazzo Belli restaurato assegnando tre benemerenze

Tre i cittadini “premiati” per il loro contributo sociale e culturale: Augusto Vavassori, l’artista Andrea Mastrovito e il nostro collaboratore Stefano Nava

Grassobbio ha festeggiato un anno di Palazzo Belli restaurato assegnando tre benemerenze

È stata un mattinata di festa e di condivisione quella di sabato 26 settembre a palazzo Belli a Grassobbio, che ha festeggiato il suo primo anno dal restauro. In occasione di questa ricorrenza, l’amministrazione comunale ha conferito le benemerenze civiche 2026 a tre cittadini che si sono distinti per il loro contributo sociale e culturale: Augusto Vavassori, Andrea Mastrovito e Stefano Nava.

La cerimonia ha visto la partecipazione di cittadini, volontari e autorità istituzionali, con l’accompagnamento musicale dell’Oltre il Confine Trio e l’esecuzione dell’Inno di Mameli cantato dalla bibliotecaria Eleonora Delzano.

«A loro vanno le nostre più sincere congratulazioni – ha sottolineato il sindaco Manuel Bentoglio -. Un ringraziamento a tutte le persone che hanno partecipato, ai volontari, a Mirko Testa, a don Luca e alle istituzioni presenti».

Il nostro collaboratore Stefano Nava dopo aver ricevuto la benemerenza a Grassobbio

Tra i festeggiati c’è anche un volto noto alla nostra redazione: Stefano Nava, collaboratore di PrimaBergamo, che all’età di 37 anni – e dopo 36 vissuti a Grassobbio – ha ricevuto la benemerenza per la sua «abnegazione civica».

Disabile dalla nascita, Stefano ha sempre scelto di superare le barriere personali mettendosi al servizio degli altri: «Ricevere questo premio fa piacere, ma rappresenta soprattutto uno stimolo a continuare – racconta Nava -. La mia disabilità non mi ha mai fermato: aiutare il prossimo e alleviare le sofferenze di chi vive momenti di fragilità è diventato il mio scopo di vita. Devo molto ai miei genitori, Candida e Massimo, che con coraggio in giovane età andarono in Perù per adottarmi, e a mia nonna Paola, che in paese tutti chiamavano Maria». (…)

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