Ieri, in due stanze diverse del Tribunale per i minorenni di Brescia, si è provato a mettere ordine a una vicenda che continua a sfuggire alla logica comune. Da una parte il ragazzo, tredici anni, ascoltato per quasi un’ora. Dall’altra i suoi genitori, sentiti separatamente. Due procedimenti distinti, uno penale, l’altro civile, come spiegata dal Corriere Bergamo, ma una domanda che li attraversa entrambi: cosa può portare un ragazzino a progettare di uccidere una sua insegnante.
L’episodio, com’è noto, è avvenuto a Trescore, dove la professoressa di francese Chiara Mocchi è stata aggredita a scuola. Intorno al caso, fin da subito, si è costruito un dispositivo di protezione: udienze a porte chiuse, presenza di forze dell’ordine, attenzione massima alla tutela del minore e della sua famiglia.
Sul piano penale, la Procura per i minorenni ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di valutare una misura di sicurezza, probabilmente in una comunità. Una decisione è attesa nei prossimi giorni, anche sulla base delle prime valutazioni di un neuropsichiatra infantile. L’elemento che pesa di più, secondo quanto già emerso negli atti, è la pericolosità del ragazzo: durante l’interrogatorio avrebbe detto di essere dispiaciuto per non essere riuscito a portare a termine il piano contro l’insegnante e di aver immaginato azioni simili anche nei confronti dei genitori.
È anche per questo che, nel procedimento civile, è stato nominato un curatore speciale, l’avvocata Roberta Ribon, con poteri ampi sulle decisioni che riguardano il minore, dalla salute all’istruzione. Una scelta che, di fatto, solleva temporaneamente madre e padre da responsabilità dirette in una fase particolarmente delicata. Il ragazzo è stato affidato ai servizi sociali, che hanno avviato approfondimenti sulla situazione familiare: dalle prime verifiche non sarebbero emerse carenze evidenti, e i genitori risultano presenti nella vita del figlio.
Proprio questo aspetto contribuisce a rendere la vicenda più difficile da leggere. Il ragazzo, secondo quanto ricostruito, trascorreva molto tempo online, tra chat e social come Telegram, TikTok e Instagram. Aveva acquistato su Amazon un coltello, si era procurato una pistola scacciacani del padre e aveva condiviso in rete l’idea di una “sweet revenge”, una vendetta annunciata e in parte costruita pubblicamente, dentro lo spazio digitale. Il giorno dell’aggressione avrebbe colpito l’insegnante nel corridoio della scuola, davanti ai compagni, riprendendo la scena.
Il ragazzo, avendo meno di 14 anni, non è imputabile. Ma le indagini proseguono comunque: gli acquisti, i contatti online, le eventuali influenze esterne sono tutti elementi su cui i carabinieri stanno lavorando.