Andrew, dal Wyoming alla Dea Tutto per colpa di un’alzanese

Andrew, dal Wyoming alla Dea Tutto per colpa di un’alzanese
27 Novembre 2015 ore 09:32

Dai tifosi atalantini in giro per il mondo, a quelli stranieri che vivono proprio nelle nostre terre e che hanno scelto il nerazzurro della Dea. È la storia di Andrew, ragazzo dello Stato del Wyoming, Usa, 8382 km da Bergamo. Ben 13 anni fa è arrivato in Italia e mentre si abituava alle nostre strade ha incrociato la sua vita con quella di una bergamasca “doc”: dalla loro unione, il 17 ottobre 2013, è nata la piccola Mara. Già, proprio nel giorno del compleanno dell’Atalanta. Sarà un segno del destino?

Dall’America a Bergamo. Verso l’Atalanta. «Sono venuto in Italia 13 anni fa per lavoro e in quel periodo non conoscevo quasi niente del calcio Italiano. Una volta a Bergamo ho incontrato una ragazza di Alzano Lombardo, si chiama Barbara, e lei mi raccontò della squadra di calcio che gioca in Serie A: l’Atalanta». Insomma, fu proprio quella che poi sarebbe diventata sua moglie a far conoscere al ragazzo del profondo West i colori nerazzurri. «Dopo aver visitato la città e seguito un po’ il calcio ho deciso che proprio l’Atalanta sarebbe stata la mia squadra. A distanza di anni, quella ragazza che mi permise di scoprire il mondo atalantino è diventata mia moglie, da due anni nella nostra famiglia c’è anche la piccola Mara e io faccio il papà a tempo pieno. È nata il 17 ottobre del 2013, lo stesso giorno in cui l’Atalanta compie gli anni. Una coincidenza incredibile».

 

Andrew Wyoming tifoso atalanta

 

Cheyenne e l’Italia, due mondi quasi opposti. Prima di approfondire i temi calcistici, un paio di indicazioni per capire davvero qual’era il mondo di Andrew prima di vivere a Bergamo. «Vivevo a Cheyenne, una piccola città di circa 60mila persone che rappresenta il centro più grande di tutto lo Stato. Il traffico lì è molto meno intenso e le strade sono molto grandi: per i primi due mesi non mi sentivo a mio agio a guidare per Bergamo. Lo stato del Wyoming non è molto popolato, oserei dire che è molto “vuoto”: ci sono più mucche che persone. Laggiù si respira ancora lo spirito del “Wild West”, Cheyenne è famosa per il “Frontier Days” rodeo che si svolge alla fine di luglio. Ci sono anche grandi bellezze naturali come Yellowstone National Park, Grand Teton e Jackson Hole. Insomma, un altro mondo rispetto a Bergamo». Quanto alla passione per l’Atalanta, è stata una fioritura rapida: «Con Barbara andiamo insieme al Comunale da sei stagioni consecutive, cerchiamo di esserci sempre e credo che non capiti più di 2-3 volte l’anno di mancare. Per ora ho visto solo le partite in casa, ma mi piacerebbe molto andare anche in trasferta qualche volta per conoscere realtà e stadi diversi in giro per l’Italia».

Andrew sogna addirittura lo scudetto. Così con Andrew si finisce a parlare della stagione in corso. A partire dalla brutta sconfitta di domenica contro il Torino: «Diciamo che non ero sicuro di una vittoria ma non pensavo nemmeno di perdere. Il pareggio mi sembrava l’opzione più probabile  ma quello di cui più ero convinto era la possibilità per noi di fare gol: chiudere a quota zero mi ha sorpreso». Figuraccia granata a parte, la squadra convince parecchio. Cosa sogni per la Dea? «Lo scudetto! Se devo sognare, perché non sognare alla grande? Credo che se sei una squadra in Serie A devi sempre pensare a vincere lo scudetto. Non mi piace l’idea dei “Big Team” e poi delle altre squadre: se giochi in Serie A devi pensare come un “Big Team”. È brutto ridurre il campionato a un gruppo di solo tre o quattro squadre che si giocano la vittoria più le altre che perdono sempre, senza una vera competizione. E inoltre ho un altro sogno: uno stadio nuovo. Riuscire a realizzarlo significa dare orgoglio al gruppo e motivazioni ai giocatori in arrivo ancora maggiori».

 

 

Il bello e il brutto della Dea. E poi ci sono le tante partite viste qui a Bergamo. La più bella? Contro la Roma. «Ben due contro i giallorossi ne ricordo. Nel febbraio 2012 l’Atalanta vinse nettamente per 4-1, l’anno successivo arrivò una brutta sconfitta per 3-2 sotto la neve, segnò Livaja entrambe le reti. Tra l’altro, avevamo appena scoperto che Barbara aspettava un bambino, mentre eravamo in Curva Nord sotto la neve ci siamo detti: “Ma, siamo pazzi? Perché siamo qui a guardare una partita sotto la neve nella Curva con Barbara incinta?” Fantastico». E quella più brutta? «Direi la sconfitta per 2-0 contro il Sassuolo dell’aprile 2014. Arrivavamo da 6 vittorie consecutive, c’era una carica incredibile nell’aria e lo stadio era pienissimo. Sembrava che la città intera ci credesse davvero. Potevamo scrivere la storia, è andata male proprio contro la squadra di Schelotto. Che nervi. Meno male che almeno lui non fece gol».

 

 

Maxi il preferito.  In tema di calciatori preferiti, la “storia” atalantina di Andrew è un po’ troppo corta per andare troppo indietro nel tempo. E forse per questo, il nome che fa è decisamente attuale. «La mia preferenza cambia ogni anno, ma per questa stagione è Maxi Moralez. Sembra l’uomo che accende la miccia, è come la candela che fa funzionare il motore dell’Atalanta. È sempre coinvolto nelle azioni, spesso mette lo zampino quando arrivano i gol: mi piace un sacco». L’ultima battuta è quasi scontata. Va bene Bergamo, va bene l’amore, va bene l’Atalanta. Ma un americano vero non può non amare uno dei classici sport USA. Baseball, in particolare. «Lo seguivo molto, soprattutto da ragazzo. Sono un tifoso della Cincinnati Reds, ormai da più di 30 anni. Per il resto mi interessano solo Atalanta e Team USA, ma se un giorno dovessero esserci nuovamente giocatori americani in Serie A, seguirei anche loro».

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