Dal Carpi al sogno azzurro La scalata di Super-Sportiello

Dal Carpi al sogno azzurro La scalata di Super-Sportiello
14 Ottobre 2015 ore 10:18

Ogni intervista con Marco Sportiello è speciale. Si parla con tranquillità, domande e risposte scorrono via tra sorrisi e battute, ma il portiere classe 1992 riesce sempre a dire qualcosa di interessante. E lo fa con la stessa semplicità con cui respinge gli attacchi avversari. Guai però ad alzare troppo il livello dei complimenti: ti guarda subito dall’alto del suo metro e novantadue e ti stoppa sul più bello.

«In serie A, le parate le sanno fare tutti: ciò che fa la differenza in un portiere sono tante altre piccole cose in cui devi migliorare». Avete presenti alcuni dei suoi interventi? Benissimo, li ritiene del tutto normali. Abbiamo parlato con lui delle voci che lo vorrebbero in Nazionale, di Zoff e del Carpi, senza dimenticare di chiedergli un pronostico: 20 punti alla prossima sosta, per Marco Sportiello, sono anche pochi. «Possiamo arrivare a 21, siamo un po’ ottimisti», ha detto. Parata spettacolare.

Sportiello, 3 anni fa conquistava la promozione con il Carpi arrivando dal Poggibonsi. Oggi si parla di lei in Nazionale e c’è il Carpi in A…

«Si è capovolto il mondo, letteralmente. Non l’avrei mai detto, non l’avrei mai pensato. Sono contento di essere qui, ricordo quando a Carpi mi chiedevano se un giorno avrei voluto tornare a Bergamo. Rispondevo con grande carica “Si, certo!”, e oggi mi trovo qui. Incredibile. Sono felice anche per la società emiliana: ho ancora tanti amici nel Carpi e non vedo l’ora di incontrarli domenica. Letizia, Gagliolo, Pasciutti, Di Gaudio e Bianco mi capita di sentirli, parliamo del più e del meno ma non abbiamo ancora detto nulla della partita».

Delle due, Nazionale e Carpi in A, qual è la più incredibile?

«Che si parli di me in Nazionale, senza dubbio. Sono felice che girino certe voci, io so solo che devo lavorare ancora tanto e che adesso tutte le mie energie devono essere concentrate sull’Atalanta. Quando con il Carpi conquistammo la serie B sembrava già un grandissimo traguardo, adesso li ritroviamo in serie A. Pazzesco. Spero che possano salvarsi».

Zoff ha dichiarato che lei è uno dei  papabili per la Nazionale di Conte…

«Detto da Zoff è qualcosa di sensazionale. Già è motivo di orgoglio che uno come lui sappia chi sono, si ricordi e soprattutto faccia il mio nome. Parliamo di Dino Zoff, non so se mi spiego. La considerazione è sempre motivo di grande piacere, ma sinceramente penso che l’Italia in quel ruolo sia più che coperta. Sono realista: Buffon e Sirigu sono intoccabili, Perin ha già partecipato all’ultimo mondiale e quando recupererà in pieno dall’infortunio credo sia lui il terzo. C’è poi Marchetti, c’è Padelli, mentre io non sono mai stato chiamato. Ripeto, è molto bello leggere il proprio nome sui giornali e sapere che in giro c’è chi mi stima, ma penso che il ct Conte abbia comunque fatto le sue scelte».

Il Carpi è una favola o la logica conclusione di un progetto?

«Sicuramente non è una favola. Il Carpi è una bella realtà, sono passati dalla serie D alla serie A in 5 anni e quindi è la logica conseguenza di un progetto. Il direttore sportivo Giuntoli è passato al Napoli, credo che sia uno dei maggiori artefici di queste promozioni, ma c’è anche il grande spirito di sacrificio e la cultura del lavoro che caratterizza il Carpi. Sono una bella realtà del nostro campionato. Veramente. Quando giocavo lì abitavo vicinissimo allo stadio, dalla mia casa vedevo il campo all’interno delle tribune. Ricordo che si mangiava spesso dentro al bar dello stadio e quando si usciva c’era sempre lo gnocco fritto: buonissimo».

Cosa le è rimasto della stagione vissuta in Emilia, a parte la gioia per la promozione?

«Sincero? Mi viene da dire la fatica. Capitava di stare al campo per 4 ore di fila, allenamenti massacranti con mister Cioffi fino a gennaio. In seguito è arrivato Brini, il metodo di lavoro è un po’ cambiato, ma nel complesso la grande fatica è stata il segno distintivo della mia esperienza a Carpi. Ho iniziato a formarmi lì e dopo la promozione sono tornato a Bergamo e non pensavo affatto di rimanere. Vi svelo una cosa: mentre ero in ritiro avevo già parlato con squadre di Lega Pro, con Barletta e Venezia sembrava quasi fatta, ma la società nerazzurra ha puntato su di me e sono rimasto».

Nella sua storia calcistica è successo tutto davvero velocemente.

«Da quel ritiro in avanti, è stata una sorpresa continua. Prima la maglia da secondo, poi l’esordio in serie A, il passaggio a titolare a pochissimi giorni dalla fine del mercato e poi il campionato scorso e questo. Un susseguirsi di emozioni, velocissimo e molto bello. Sono fortunato, non mi sono forse ancora ben reso conto di quello che sto vivendo. In questo calcio non si è mai arrivati, bisogna lavorare sempre e dare il massimo per crescere e migliorare. Mi sembra ieri di essere in comproprietà a Poggibonsi, oggi me la gioco in serie A».

Quest’anno ha cambiato registro: poche parate e spesso molto belle. Come i grandi portieri.

«È fondamentale cercare di fare l’intervento decisivo nell’unica occasione in cui magari ti chiamano in causa. L’anno scorso mi sono arrivati tanti tiri ed è stato forse più facile mettersi in mostra, ora le cose sono un po’ cambiate, ma datemi retta: devo ancora migliorare in tantissime cose. Il portiere non è solo la parata o l’intervento decisivo, è anche molto altro. Bisogna avere la fiducia dei compagni, dare serenità al reparto e limare tutti quei difetti che uno ha. Ve lo assicuro. Le parate le sanno fare tutti, se giochi in serie A è normale fare certi interventi».

Marco, faccia il bravo: quel volo su Soriano non lo sanno fare tutti, anche Zenga è rimasto colpito. Con i piedi come va?

«Sono migliorato, almeno credo. Era una delle cose da sistemare, ma non è l’unica. Gli allenatori vogliono che il portiere faccia partire l’azione, io sono sempre convinto che il portiere debba fare il suo e non esagerare. Di Neuer (portiere della Germania che gioca quasi da libero, ndr) ce n’è uno: lui gioca molto fuori dall’area di rigore, io non potrei mai farlo».

Domenica è una di quelle gare da vincere per forza?

«Abbiamo una buona classifica, 11 punti ci permetteranno di andare in campo consapevoli che è una gara da vincere, ma senza l’apprensione di doverlo fare per forza perché siamo in difficoltà. Con questo spirito si possono fare le cose meglio, serviranno pazienza e molta attenzione: il Carpi, prima della sosta, ha battuto il Torino. Stiamo concentrati e pensiamo a fare la partita, con l’obiettivo di dare continuità ai risultati. Questa è una squadra che a parte con la Roma non ha fatto male, mi sembrano quelli messi meglio tra le squadre sul fondo. Allenatore nuovo, entusiasmo e due settimane per lavorare. Se avremo la possibilità di sbloccarla andrà anche chiusa subito. Speriamo e vogliamo provarci. Fino alla fine».

Giochiamo un po’: dopo la prossima sosta, vede l’Atalanta più vicina a 15 o a 20 punti?

«Vediamo un po’, sono 5 partite: Carpi, Juventus, Lazio, Bologna e Milan. Ha detto tra i 15 e i 20? Secondo me a 20 ci arriviamo, forse anche a 21. Sono 9 o 10 punti in 5 partite, si possono fare. Guardiamo al prossimo ciclo con un po’ di ottimismo».

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