«Basta, dobbiamo liberarci di Riso». E ancora prima: «Siamo collegati a Busardò». Altre volte: «Bisogna finirla di fare mercato in base a quello che dicono i procuratori».
In tutto questo, al netto dei nomi, c’è una pessima conoscenza di fondo del mondo abitato da chi cura gli interessi dei calciatori: il contatto, il contratto, l’ingaggio e la permanenza di un giocatore in una determinata squadra dipendono, nella quasi totalità dei casi, proprio dai rapporto che una società instaura con gli agenti. Che non sono amici o nemici, ma professionisti – purtroppo pagati eccessivamente perché le regole sono troppo “morbide” – che fanno prima di tutto il loro interesse. Ovvero quello dei loro assistiti.
Tutti gli operatori di mercato hanno rapporti con queste figure, alcune più conosciute e altre meno. E continueranno ad averne. L’ingaggio di un giocatore può portare buoni o cattivi risultati, dipende da tante cose, ma pensare che si possa fare tutto senza passare da loro è semplicemente fuori dalla realtà.
Prendete il Milan: non c’è un ds, prendono Goncalo Ramos perché Amorim (allenatore) e Cardinale (il proprietario) parlano con Jorge Mendes (potente agente portoghese) e tutto viene più semplice.
Il segreto è avere buoni rapporti con tutti, perché non tutti i giocatori forti hanno lo stesso agente, ma tutti hanno un agente. Quindi può capitare che in una sessione si debba parlare di più con Riso e Tinti, quella dopo con Busardò, quella dopo ancora con un altro e via discorrendo.
Certo, poi gli agenti servono anche per risolvere i problemi (Juric ha rescisso con buonuscita per andare al Monza, Palladino speriamo) e trovare nuove soluzioni per chi è in esubero. La bravura di chi deve scovare nuovi profili è sia nello scouting attivo (individuo i giocatori prima di tutti), sia passivo (me lo consiglia un agente perché io ancora non lo avevo notato). Fa tutto parte di un gioco a cui, piaccia o meno, bisogna giocare.