Parlare di storia, in questo caso, è l’unica cosa da fare. Perché ogni storia ha un inizio e una fine. Dentro ci possono stare un sacco di cose belle e importanti, ma il modo in cui si chiude un rapporto non è certo un dettaglio.
Tempi e modi, gesti e parole. Tutto entra nel calderone delle valutazioni. E quando ci si scotta con l’inatteso, le reazioni possono essere di tanti tipi. Finire in un confronto acceso o… in uno striscione. Il linguaggio delle Curve è quello, drappo bianco e parole. Magari non sempre comprensibili, ma certamente dense di significato. Mai scritte a caso.
Alle 22.10 del 12 settembre, la storia di Marten de Roon con l’Atalanta si è chiusa con uno striscione chiaro. Diretto. Netto. «Hai scelto di passare nella nostra storia ma di non appartenerle… Addio bandierina M. De Roon». Firmato Millenovecentosette.
Quel «bandierina» è il termine più importante. Perché passare da “bandiera” a “bandierina” è un attimo. Soprattutto quando vai di corsa a Roma per firmare con i giallorossi dopo aver chiesto la cessione perché qui, a 35 anni, il nuovo corso non ti metteva al centro di tutto e hai fatto tre panchine di file. Esultando poi sotto la Sud dell’Olimpico nel momento del 2-1 di Soulé al 93′ contro l’Atalanta.
Come già detto e scritto, in tutta questa storia non ci sono colpe, ma scelte. De Roon ha fatto le sue e Gasperini in conferenza stampa, ieri (13 settembre) all’ora di pranzo, le ha difese. Scegliendo di parlare di qualcosa che riguarda l’Atalanta, la sua gente e l’ex capitano. Non è bello, non fa piacere e nemmeno sarà simpatico per chi ha indossato 445 volte la casacca della Dea.
Per i tifosi, De Roon è “passato” nella storia senza scegliendo di «non appartenerle». Peccato, davvero un grande peccato. Però così va la vita. E magari nella capitale l’olandese vincerà lo scudetto con il tecnico a cui deve tutto. Non ci sono problemi, è il calcio. Restano i modi, i tempi e le scelte. Quelli non li cancella nessuno. Come la storia.