Le ultime due immagini, probabilmente, dicono tutto. Ademola Lookman ha lasciato Bergamo mentre l’Atalanta era in campo a Como. In 10, a soffrire. Lo ha fatto entrando in aeroporto a Orio nascosto sotto un cappuccio marrone, senza spiaccicare parola.
Appena atterrato a Madrid, sorriso d’ordinanza e lo stesso cappuccio del giaccone appoggiato sulle spalle. Come a dire: eccomi, sono qui. Non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo calciatore che lascia l’Atalanta. Però c’è modo e modo di fare le cose. E il modo del nigeriano aiuta tutti a capire come non ci si comporta.
Bisogna essere molto chiari: dopo la notte di Dublino, che sarà per sempre nella storia, Lookman e chi lo assiste hanno fatto più danni della grandine. Capricci, richieste assurde, prese di posizione inaccettabili che l’Atalanta ha gestito nell’unico modo in cui si poteva fare: con il pugno duro. Ci si aspettava la sua partenza la prossima estate, ma il ragazzo prima spingeva per il Fenerbahce, che gli offriva un super stipendio, e poi, visto che i turchi non hanno offerto le garanzie bancarie richieste, ha virato sull’Atletico Madrid. Con soldi veri (si parla di oltre 40 milioni) per la Dea e un progetto su cui Lookman ha comunque dovuto riflettere.
L’Atalanta aveva un giocatore importante che da settembre a oggi non ha mai fatto rivedere quello che aveva garantito nei giorni migliori. Tranne che in Coppa d’Africa, dove evidentemente gli interessava di più farlo. A metà gennaio la società ha preso Raspadori, che ha tre anni in meno e può giocare in quella posizione, mentre Palladino ha “riscoperto” anche Zalewski lì.
Il miglior Lookman era un valore aggiunto, quello visto a Bergamo negli ultimi cinque mesi no. E allora forse è giusto così. Di certo è brutto, perché tante cose si potevano fare diversamente, ma è stato quasi inevitabile. L’Atalanta va avanti, mica si ferma a Lookman. Buona fortuna.