Ma voi non avete un po’ paura? Ricordiamoci da dove veniamo

Ma voi non avete un po’ paura? Ricordiamoci da dove veniamo
15 Dicembre 2017 ore 10:58

Nel giro di pochi giorni, l’Atalanta giocherà nuovamente tante partite. Siamo tutti di corsa, immersi nell’oggi da assaporare in fretta perché domani c’è già un altro obiettivo nel mirino. Eppure ogni tanto è giusto fermarsi e guardare quello che eravamo, quello che siamo e quello che stiamo diventando. Mai come in questo momento, vigilia del Natale 2017, l’augurio per un’Atalanta ancora migliore significa portare il livello dei sogni dove nessun tifoso nerazzurro si è mai spinto. E allora prendiamo spunto dal pensiero affidato a Facebook dell’amico Paolo e proviamo a farci qualche domanda: siamo pronti per tutto questo?

 

 

Il post di Paolo da Pavia. Dopo la vittoria di Genova, su uno dei tanti post a commento della partita pubblicati dal sottoscritto, Fabio Gennari, su Facebook, l’amico Paolo di Pavia ha scritto: «Stiamo cambiando… Sta cambiando la percezione delle cose, son cambiate aspettative e obiettivi (se penso a quando 2/3 vittorie fuori casa in un campionato erano lusso e adesso critichiamo il gioco dopo una vittoria a Marassi), tutto bello… Stadio, Europa, vittorie… Taccio perché a volte il cambiare è la cosa più difficile e fa paura, bisogna cambiare tenendo stretto quello che siamo». Chi ha scritto queste parole non è un ragazzino, ma un tifoso che ormai ha superato la cinquantina e i suoi pensieri sono veramente molto comuni tra i tifosi. «Forse non sono pronto – continua Paolo – a cambiare così tanto e così in fretta. Mi spaventa un po’ scendere a piedi dalla rotonda sul viale G. Cesare tra le piante e i furgoncini dei paninari e rivenditori di magliette tarocche e non vedere più la vecchia Curva, i cancelli, le scritte più vecchie di me. Vedere pian piano quel vecchio stupendo stadio che scendendo manco ti accorgevi che era lì, lo vedevi pian piano umile come te, come noi. Stiamo cambiando e ho un po’ paura! Forza Atalanta».

Il cambiamento è adesso, ce ne stiamo accorgendo? Il pensiero di Paolo è qualcosa di veramente profondo. Quando le emozioni positive e i sogni che diventano realtà prendono il sopravvento, non riesci a renderti conto fino in fondo di quanto sia grande quello che stiamo vivendo. Non siamo mica una big, siamo l’Atalanta. La paura è un sentimento nobile, riconoscerlo ti permette di dare il giusto peso alle cose e magari di capire meglio come si può affrontare un cambiamento che è adesso: nessuno può negarlo. L’Atalanta 2016/2017 ha cambiato la storia, sua e della sua gente. E non solo quella sportiva, è un fenomeno sociale. La riconquista dell’Europa, un mercato incredibile, un allenatore leggendario e un gruppo che sta facendo faville sono tutti ingredienti di qualcosa di magico, unico e forse irripetibile. Non tanto per gli obiettivi quanto per il condensato emotivo che ha segnato tutti, indistintamente, nell’ultimo anno e mezzo. Qui non si parla di una vittoria o di una sconfitta, qui si tratta di un sentimento che ha talmente tante certezze su cui poggiare le basi che quasi spaventa. Ed è bellissimo che sia così.

 

 

Ricordare il passato per godersi il futuro. L’Atalanta è passata dall’essere (secondo troppi male informati che vivono lontano dalla nostra terra) il centro del malaffare del Calcioscommesse di qualche anno fa a una piccola grande armata di combattenti che gira l’Europa cercando di prolungare il suo sogno. Oggi giochiamo a Reggio Emilia per l’Europa League quando solo pochi anni addietro stavamo stretti in tribuna a Varese. È cambiato tutto. Chi poteva pensare che nel giro di pochi anni la Dea fosse diventata una certezza di questo livello in Serie A e la prima società in Italia a comprarsi lo stadio dal Comune con un bando pubblico? L’immagine della Curva Pisani o della Morosini che non sbucano più all’orizzonte tra le piante di viale Giulio Cesare è tanto malinconica quanto romantica. Perché dopo tanti anni che vai in un posto, pur brutto e scomodo che sia, è come entrare a casa. Tutti vorrebbero un appartamento bellissimo, ma dopo due settimane al mare quando tornano nel proprio nido si sentono felici.

L’atalantino è unico: questo è il segreto. Lo spunto e le paure di Paolo si chiudono con un «Forza Atalanta». E non è mica un caso. La commozione di tutti nelle serate di gloria sono facili da capire ma il groppo in gola di quelle stesse persone è l’applauso a Zingonia dopo il 7-1 di Milano o quello allo stadio dopo il 5-1 interno con il Torino o ancora quella standig-ovation alla banda di ragazzotti che con Delio Rossi ha fallito la salvezza nel 2005. Può sembrare retorica agli occhi di chi legge e osserva la Dea come una semplice squadra di calcio, ma chi vive, lavora, mastica e respira la nostra terra e la passione nerazzurra capisce perfettamente di cosa parliamo. Nei giorni dell’esaltazione per il sorteggio che ha regalato il Borussia Dortmund, ci sono tifosi che hanno paura di tutto questo cambiamento. C’è chi si arrabbia per un pareggio strappato alla fine o una vittoria esterna arrivata solo alla penultima trasferta del girone di andata: è normale, la passione è diversa in ciascun tifoso e spesso la percezione della realtà non ha le stesse radici nel tempo. L’unica cosa che conta è non dimenticare mai da dove si arriva. Capiremo bene cosa diavolo ci sta accadendo solo tra qualche anno e ne parleremo con i nostri figli, ma, in fondo, la paura di Paolo dimostra soltanto una cosa: gli atalantini sono tutti uguali, lo capisci guardandoli in fondo al cuore.

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