Attualità
Protestano i famigliari

L'emergenza Covid è finita, ma tante Case di riposo restano "vietate" alle visite dei parenti

Le normative hanno allentato la morsa ma le visite restano contingentate e per un tempo limitato. I direttori sanitari non vogliono rischiare

L'emergenza Covid è finita, ma tante Case di riposo restano "vietate" alle visite dei parenti
Attualità 02 Aprile 2022 ore 09:17

di Andrea Rossetti

Mercoledì 30 marzo un po’ in tutta Italia ci sono state proteste per chiedere che, dopo due anni di limitazioni imposte dalla pandemia, le modalità di visita alle persone ospitate nelle Rsa tornino a essere libere. A Bergamo ad alzare la voce è stata la Federazione nazionale pensionati Cisl. Se nelle prime fasi della pandemia le limitazioni erano giuste e utili (nessuno dimentica i tanti, troppi morti della prima ondata), ora sembrano esagerate. Anche perché le normative hanno allentato la morsa anche per le Rsa, dove però le visite restano contingentate e per un tempo molto limitato. Inoltre, non c’è omogeneità tra una Rsa e l’altra.

Mauro Palma, garante dei diritti delle persone private della libertà personale, ha commentato dicendo che i direttori sanitari «preferiscono tutelarsi con norme di massima cautela». Ovviamente, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Fabrizio Lazzarini, direttore generale della Rsa Carisma di Bergamo, in un’intervista a Il Post ha spiegato che capisce la posizione dei familiari, ma ha aggiunto che le norme igienico-sanitarie sono molto «pregnanti». Lazzarini riassume così la situazione: lo Stato dice «non potete non aprire, ma se succede qualcosa sono affari vostri. La legge dovrebbe ridurre tutte le disposizioni parificandole, più o meno, alle regole valide per il resto della società civile, nella consapevolezza che un rischio zero non esiste. Ma lo deve dire chiaramente, lo deve scrivere».

In altre parole, l’impressione - anche dei familiari, che per questo motivo protestano - è che più che la salute degli ospiti delle Rsa, in questa fase molte strutture stiano pensando a tutelare loro stesse. Una versione in parte confermata anche dalle parole di Fabrizio Ondei, presidente di Uneba Bergamo (organizzazione di categoria del settore sociosanitario), a L’Eco: «La direttiva della Regione indica un’apertura ulteriore, con l’attenzione però alla specificità di ogni struttura e con la responsabilità a carico delle direzioni sanitarie». Parole simili le ha pronunciate anche Cesare Maffeis, presidente dell’Associazione case di riposo bergamasche: «La confusione normativa è forte e le responsabilità in capo alle direzioni sanitarie sono molto alte».

Una situazione francamente intollerabile, come dimostra anche il fatto (rivelato da Il Manifesto) che, proprio sul tema Rsa, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha inserito l’Italia tra i Paesi da monitorare. Del resto, con la fine dello stato di emergenza, non si può più pensare di gestire in modo emergenziale determinate situazioni.

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