Non si placa ad Albino la polemica dopo il duro attacco a Fassi Group da parte del “Coordinamento giovanile bergamasco”, che in un dossier ha accusato l’azienda di «complicità sistematica nella pulizia etnica nella Palestina occupata».
La presa di posizione delle Acli
Una settimana dopo rispetto al presidio tenuto dai manifestanti davanti alla sede di Fassi Group in via Roma, nella frazione di Desenzano al Serio (era l’1 aprile), il circolo Acli di Albino aveva diffuso attraverso le pagine del nostro giornale una lettera di solidarietà – a firma del suo presidente, Mauro Carrara – nei confronti dei lavoratori dell’azienda, definendo come «inusitate e infamanti» le accuse di complicità nel genocidio del popolo palestinese mosse contro di loro.

«Nel rispetto dell’opinione di ciascuno – continuava la lettera delle Acli -, prendiamo le distanze da semplificazioni ideologiche che, pur mosse da intenzioni pacifiste, creano una lettura parziale della realtà e fomentano forme di radicalizzazione estremistiche che pregiudicano la presa di coscienza della maggior parte dell’opinione pubblica rispetto al fatto che la Pace riguarda tutti. È rovinoso sacrificare sull’altare di tale dialettica l’unità fra coloro che desiderano nel profondo del proprio animo una Pace vera, una Pace giusta, siano essi attivisti o operai. Crediamo che il popolo della Pace esista e proprio in virtù dell’essere una moltitudine ci sia ancora speranza per un futuro di Pace».
La risposta di Usb e Cub Bergamo
Ora l’Unione sindacale di base (Usb) di Bergamo e la Confederazione unitaria di base (Cub) di Bergamo, che avevano partecipato al presidio dell’1 aprile davanti alla sede di Fassi, hanno voluto rispondere alle Acli con una lettera – a firma dei rappresentanti Davide Canto e Stefano Bonomi – che pubblichiamo di seguito integralmente.
«Egregio sig. Carrara, abbiamo letto con attenzione le Sue dichiarazioni pubblicate su PrimaBergamo in merito al presidio svoltosi il 1° aprile davanti ai cancelli della Fassi Group e riteniamo necessario intervenire con chiarezza, perché quanto affermato rischia di alterare il significato reale di quell’iniziativa e il ruolo svolto dalle organizzazioni sindacali di base presenti.
Nel giorno del presidio Usb Bergamo e Cub Bergamo erano presenti insieme a numerose realtà sociali e territoriali. Durante gli interventi al megafono abbiamo espresso in modo esplicito e inequivocabile la nostra solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici della Fassi, chiarendo che l’iniziativa non era contro di loro, ma contro ogni forma di coinvolgimento diretto o indiretto nei meccanismi economici e produttivi che alimentano guerra, occupazione militare e violazioni dei diritti del popolo palestinese.
Per questo motivo respingiamo con decisione le Sue dichiarazioni, nella parte in cui contribuiscono a rappresentare quel presidio come un attacco ai lavoratori. È una lettura che non corrisponde alla realtà dei fatti e che rischia di creare una contrapposizione artificiale tra lavoratori e chi, come noi, si batte quotidianamente al loro fianco. Lei sa bene quale lavoro stiamo portando avanti da anni nei luoghi di lavoro su questi temi. Le mobilitazioni dell’autunno scorso, culminate nello sciopero generale contro guerra, riarmo ed economia bellica, hanno coinvolto migliaia di lavoratrici e lavoratori in tutta Italia, con una partecipazione significativa anche nel territorio bergamasco. Non accettiamo quindi che oggi si provi a delegittimare un percorso sindacale reale e radicato.
Non accettiamo neppure che venga messo in discussione il diritto e il dovere delle organizzazioni sindacali di intervenire pubblicamente quando esiste un problema di responsabilità sociale e produttiva legata alla guerra. È inaccettabile che nel 2026 si chieda ai lavoratori di continuare a produrre senza interrogarsi sull’utilizzo finale delle produzioni e sulle filiere in cui queste si inseriscono. Le esperienze delle lavoratricj e lavoratori dei porti, degli aeroporti e degli scali ferroviaria italiani, che in questi anni hanno scelto di opporsi al transito di materiali destinati ai teatri di guerra, dimostrano con chiarezza che il protagonismo dei lavoratori contro la guerra non solo è legittimo, ma è necessario. È questa la strada che riteniamo giusta e che continueremo a sostenere anche nel territorio bergamasco.
Respingeremo sempre ogni tentativo di trasformare iniziative contro la guerra in presunti attacchi ai lavoratori. Al contrario, riteniamo che sia inaccettabile che i lavoratori e le lavoratrici vengano messi nella condizione di lavorare dentro filiere produttive che contribuiscono, direttamente o indirettamente, alla guerra. Il presidio davanti alla Fassi non sarà strumentalizzato da nessuno. Era e resta un’iniziativa politica e sindacale contro la guerra e contro ogni complicità economica con essa.
Noi continueremo a parlare con i lavoratori e le lavoratrici, a costruire consapevolezza nei luoghi di lavoro e a promuovere mobilitazioni contro l’economia di guerra. Ci auguriamo che questo confronto possa aprirsi anche con i lavoratori della Fassi, perché la pace non si difende con dichiarazioni di principio, ma con scelte concrete anche dentro i luoghi della produzione, della formazione scolastica e dell’informazione locale e nazionale. Su questi temi non faremo passi indietro.
Cordialità».