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Cresce il disagio psichico

Troppi ragazzi autolesionisti, la nuova emergenza che la pandemia ha aggravato

Dal 2019, sono raddoppiati i ragazzi dai 12 ai 18 anni che tentano il suicidio, si tagliano o si rifiutano di mangiare. Parla Patrizia Stoppa

Troppi ragazzi autolesionisti, la nuova emergenza che la pandemia ha aggravato
Attualità 08 Gennaio 2022 ore 09:10

di Paolo Aresi

È una lotta impari, una battaglia impossibile. Da una parte un pugno di professionisti intrepidi, dall'altra una marea di bambini, ragazzi con i loro genitori che soffrono, che hanno bisogno di aiuto. Una marea che continua a crescere. I neuropsichiatri infantili a Bergamo nel servizio pubblico sono undici, divisi in tre sedi: l’ospedale Papa Giovanni, via Borgo Palazzo, Zogno. Ogni neuropsichiatra ha in carico fra i trecento e i cinquecento casi. Accanto ai dodici neuropsichiatri ci sono alcuni psicologi, logopedisti, fisioterapisti, diversi di loro hanno contratti precari, a termine. Ogni anno l’Unità operativa della neuropsichiatria infantile affronta malattie e disturbi di circa cinquemila pazienti in carico. Le prestazioni arrivano a 45 mila. Responsabile dell’Unità operativa è Patrizia Stoppa.

Dodici neuropsichiatri a fronte di cinquemila persone che chiedono aiuto. Non è poco?

«Sì, è poco. Il bisogno che viene dal territorio è forte e sta crescendo. La maggior parte sono bambini, ma negli ultimi quattro anni è cresciuto il numero di ragazzi dai dodici ai diciotto anni. Erano il dodici per cento, adesso sono saliti al quindici. Sono cresciute le situazioni psicopatologiche rispetto ai pazienti con disturbi neurologici».

Che tipo di disturbi psichici hanno i ragazzi?

«Il numero di adolescenti che praticano l’autolesionismo è in crescita, ed è aumentata anche, più in generale, la sofferenza psichica dei ragazzi, fatta soprattutto di ansia, depressione, somatizzazioni. L’adolescenza è sempre stata una fase critica, di passaggio. Nei miei trent’anni di lavoro ho notato un cambiamento: si è passati dall’aggressività verso gli altri, verso gli adulti, in particolare, all’aggressività verso se stessi. Oggi le difficoltà di adolescenti e preadolescenti si manifestano soprattutto con la chiusura, con l’isolamento, l’autolesionismo».

Che cosa significa l’autolesionismo?

«È un attacco al corpo, un fare male al proprio corpo che via via negli anni va aumentando. Tagli alla pelle, ma anche tentativi di suicidio con sostanze farmacologiche o altre modalità. D’altronde, il corpo in adolescenza è al centro del cambiamento, decisivo nella conquista della propria identità; ed è diventato sempre più importante in questa fase storica. Per le ragazze, ma anche per i maschi, basta vedere la diffusione delle pratiche che puntano a modellare, a “scolpire” il fisico. Sia femminile sia maschile. Esiste una vera retorica, un culto del corpo, che viene esibito ed esaltato. Oppure, se non risponde a certi criteri estetici, svalutato e denigrato».

Diceva che l’autolesionismo è in crescita.

«Sì, soprattutto in questi tre anni, dal 2019 al 2021 compresi. Nel 2019 gli accessi in urgenza erano per il quaranta per cento dovuti ad agitazione psicomotoria e a comportamenti aggressivi; solo il venticinque per cento riguardava autolesionismo, tentativi di suicidio, disturbi del comportamento alimentare, che sono raddoppiati mentre i disturbi aggressivi e di agitazione sono scesi al quindici per cento».

Come affrontate queste situazioni?

«Con le forze che abbiamo, che ci consentono di seguire bene i pazienti nel primo periodo, nella fase acuta, più grave. Poi possiamo assicurare controlli clinici periodici, come i colloqui scendono a una volta al mese. Purtroppo il servizio pubblico non è strutturato per poter offrire un lungo percorso psicoterapeutico».

Le famiglie che hanno pochi mezzi, che non possono pagarsi uno psicoterapeuta privato come fanno?

«È un problema».

Ci sono casi di ricovero?

«Al Papa Giovanni ci appoggiamo alla Pediatria perché non abbiamo una nostra degenza. Il trenta per cento di tutti i pazienti ricoverati in Pediatria ha problemi neuropsichiatrici. Sono in aumento i casi di sofferenze psichiche (psicopatologie) rispetto ai problemi strettamente neurologici».

Prima parlava di autolesionismo. Perché attaccare, ferire il proprio corpo?

«Le ragioni possono essere diverse: ci si fa male per farsi notare, per dichiarare la fatica, per procurarsi il dolore... il dolore fisico sostituisce quello psichico ed è più sopportabile. E poi, nel momento in cui provi sofferenza fisica, sai di esistere, di essere qualcuno... Ecco, un problema dei ragazzi è quello di definire la propria identità».

I genitori, gli educatori come devono agire?
«L’adolescente vede il proprio corpo modificarsi, non è più il bambino che - di norma - cerca di fare di tutto per dare soddisfazione al genitore. L’adolescente cerca una sua strada, deve confrontarsi e scontrarsi con i genitori: il bambino che diventa adolescente si chiede: ma io sono quello vuole essere solo quello che fa piacere ai genitori o sono qualcosa d’altro? Ma oggi ci sono diversi genitori che fanno fatica ad affrontare l’aggressività dei ragazzi, si sfilano, o addirittura cercano l’approvazione del figlio, senza mai contraddirli. Questo provoca forti difficoltà nel confronto con la realtà, con la frustrazione; i ragazzi fanno fatica a ritagliarsi un’identità, a separarsi e a differenziarsi, a esprimere l’aggressività, la trasgressione. Il rischio è che finiscano per rivolgersi contro se stessi».

Torniamo al corpo, al culto dell’estetica.

«Sì, c’è questo culto della perfezione, ma la perfezione è impossibile, la realtà è tutta fatta di imperfezioni. Guai se hai la cellulite, se hai le gambe grosse, il seno piccolo... E guai se non hai i bicipiti ben sviluppati... Le immagini che arrivano dai social condizionano sovente in maniera pesante gli adolescenti, con il risultato che spesso si trova inadeguato rispetto a certi modelli. La situazione è peggiorata con il Covid».

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