Tra storia e complotto

11 settembre, il dossier segreto e il coinvolgimento dell’Arabia

11 settembre, il dossier segreto e il coinvolgimento dell’Arabia
02 Settembre 2014 ore 14:30

11 settembre 2001, senz’altro una delle date più tragiche dell’ancora giovanissimo terzo millennio: l’abbattimento delle Torri Gemelle di New York ad opera dei terroristi di Al-Qaeda è un dramma che la storia ricorderà per sempre, tanto è stato significativo per il successivo sviluppo della politica internazionale.

A tale rilievo storico corrisponde un altrettanto enorme alone di mistero circa gli effettivi accadimenti e coinvolgimenti di quelle ore. A tal proposito, da qualche giorno infuria nei palazzi del Congresso americano una vicenda che potrebbe portare ad un clamoroso e per nulla marginale ruolo nell’attentato di un’inimmaginabile attrice: l’Arabia Saudita.

Perché l’Arabia? Occorre fare un passo indietro: il 22 luglio 2004 Lee Hamilton, allora presidente della Commissione creata ad hoc per indagare sui fatti dell’11/9, consegnò nelle mani di George W. Bush un dossier di 838 pagine con i risultati della triennale indagine. Dopo un’analisi del documento da parte del governo, durata qualche mese, questo venne reso pubblico, ad eccezione di 28 pagine appartenenti al capitolo quinto della seconda sezione del documento, dedicata ai legami di Al-Qaeda con soggetti all’epoca in territorio statunitense; queste pagine vennero ritenute classified (segrete, insomma), in quanto avrebbero contenuto informazioni utili ad individuare i terroristi, e quindi non divulgabili per motivi di sicurezza.

Ma, in seguito alle reiterate proteste di tante famiglie delle vittime, insieme all’appoggio istituzionale del senatore repubblicano Walter Jones e del senatore democratico Stephen Lynch, è iniziata una vera e propria battaglia contro il governo e la sua intelligence perché queste informazioni vengano rese note una volta per tutte.

E ascoltando le parole dell’attuale presidente della Commissione 11/9 Thomas Kean, secondo le quali circa il 70 percento delle verità su questa tragedia sarebbe ancora all’oscuro del mondo, si intuisce come la questione sia sempre più importante per tutte le persone coinvolte.

Una cosa però sembrerebbe sia trapelata con sufficiente certezza, e già da diversi anni: quelle 28 pagine riguarderebbero un coinvolgimento tutt’altro che secondario del governo dell’Arabia Saudita nell’attentato. Naturalmente, si è sempre cercato di screditare simili voci, sia da parte del governo americano che degli alti gradi sauditi (lo stesso principe Abdullah chiese la pubblicazione di questi contenuti segreti per dimostrare al mondo l’estraneità ai fatti da parte del suo Paese). Ma a ben vedere, un’attenta analisi di alcuni fatti insinua non pochi dubbi.

In passato infatti sono emerse molte informazioni, confermate dalla Cia, sui rapporti tra funzionari sauditi e alcuni degli attentatori suicidi. Fahad al Thumairy, impiegato al consolato saudita di Los Angeles, ha coordinato un team che ha accolto Khalid Al Minhdhar e Nawaf al Hazmi, due dei dirottatori del 9/11. La stessa squadra, gestita da Omar al Bayoumi, ha creato un punto d’appoggio a San Diego. Non meno serie le rivelazioni su un personaggio molto amico della famiglia Bush e di casa negli Usa. Il principe Bandar, all’epoca ambasciatore a Washington e oggi capo dell’intelligence, ha inviato 130.000 dollari a Osama Bassnan, agente saudita che assisteva i due dirottatori in California. Un bonifico seguito da altri finanziamenti sempre legati a Riad. Interessanti anche i movimenti di altri emissari sauditi: Saleh Hussayen era nello stesso hotel di Dulles (Washington) dove alloggiavano i terroristi protagonisti dell’attacco al Pentagono; Esam Ghazzawi, consigliere di un nipote del re, ha ricevuto nella sua sontuosa residenza di Sarasota (Florida) Mohammed Atta e altri kamikaze: due settimane prima dell’11 settembre, il funzionario saudita ha lasciato precipitosamente la residenza, abbandonando auto di lusso e costosi arredamenti.

Perché agli Usa non conviene ammettere il coinvolgimento dell’Arabia. Tutto ciò detto, è evidente come il governo americano abbia tutto da perdere nel certificare un tale coinvolgimento dell’Arabia Saudita nel crollo delle Torri Gemelle, che provocò la morte di 3.000 persone: l’Arabia è infatti il più grande produttore di petrolio del mondo e dispone di un quinto delle riserve mondiali, ed è sempre l’Arabia Saudita a fissare i prezzi del petrolio, aumentando o diminuendo la produzione.

Inoltre, i sauditi sono anche i principali acquirenti di armi degli Stati Uniti, con una spesa di ben 97 miliardi di dollari; senza contare il fondamentale ruolo che ha, e probabilmente avrà sempre di più, l’Arabia nelle questioni mediorientali più calde, dalla Siria all’Iraq. Ecco perché, qualora tutto quanto finora insinuato fosse poi effettivo, gli Usa dovranno pensarci diverse volte, prima di rendere note quelle 28 pagine.

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