Il capolavoro di Guccini

«Ad Auschwitz c’era la neve» I 50 anni di una canzone-manifesto

«Ad Auschwitz c’era la neve» I 50 anni di una canzone-manifesto
Cronaca 09 Marzo 2016 ore 03:00

I primi anni Sessanta italiani, da un punto di vista musicale, si presentavano piuttosto confusi e disomogenei: a Milano Gaber e Jannacci facevano qualcosa che sarebbe ingiusto categorizzare come semplice “musica”; a Genova c’era fermento, ma De André cantava ancora solamente per se stesso e Tenco veniva travolto da qualcosa che era, tristemente, ben più forte di lui; nel resto del Paese furoreggiavano ancora gli stornelli e le melodie regionali, per carità simpatici, ma insomma. L’unico modo che aveva l’Italia per sentirsi unita nella musica era di farsi mandare dalla mamma a prendere il latte o di stracciarsi le labbra a furia di mandare infinità di baci, 24mila o giù di lì. C’era una certa leggerezza nel fare musica, che molto spesso sbracava nella banalità: sotto la spinta, forse, dell’agognata pace e spensieratezza economica dopo decenni drammaticamente complicati, i motivetti che invadevano le radio fungevano quasi da esorcismi nei confronti di un passato che si voleva dimenticare il più in fretta possibile, e la canzone era una sorta di rituale apotropaico per tenere lontani i brutti ricordi.

Dall’altra parte dell’Oceano e della Manica vagivano il beat e il rock n’roll, e tutti capirono al volo di essere di fronte a neonati prodigio, che ben presto rivoluzionarono i testi e le melodie, segnando il passo per sempre. Da noi qualcuno ci provava a star dietro a questi tumulti, ma, come sempre quando si tenta di copiare, uno su cento emula e gli altri 99 fanno grottesche caricature. Di questi ultimi non ci interessa, quell’“uno”, invece, si merita tutta la nostra attenzione: lui è Francesco Guccini, e il 1966, 50 anni fa esatti, era il momento in cui, con Auschwitz (o meglio, con La canzone del bambino nel vento, Auschwitz) la musica italiana, finalmente, cambiava.

 

 

Dylan e il “vento”. In mezzo a quei poderosi e straordinari vagiti di cui si è detto, uno dei più acuti fu senz’altro quello di Bob Dylan, che ancora 21enne era già capace di scrivere roba come Blowin’ in the wind, manifesto melodico antimilitarista che metteva alla berlina, senza troppe cerimonie, gli orrori di cui gli uomini posso essere capaci con le guerre e le persecuzioni. Si trattava di una canzone sociale, accusatoria, quasi ossimorica fra la delicatezza delle note e l’asprezza delle parole. Fu un brano rivoluzionario, che assurse Dylan a profeta e cantore della nuova era pacifista e ispirò studenti, lavoratori, artisti, registi e cantanti di tutto il mondo. Anche quelli italiani, chiaramente, dei quali però 99 si limitavano a scimmiottarne la voce di velluto e a pasticciare fra ascendenze un po’ rock e un po’ country, mentre uno invece si lasciava interrogare davvero da quel che cantava Dylan. Che è questo “vento”? Chi sono queste persone di cui Bob canta? Forse che stiamo facendo finta che quanto successo negli ultimi 25 anni non sia in realtà mai accaduto?

Guccini all’epoca, nel 1964, era poco più di nessuno: un giovane universitario ancora imberbe (sì sì, senza barba!) che strimpellava la chitarra in giro per l’Emilia cercando di diventare qualcuno. Ma Dylan e il suo “vento” gli fecero scattare qualcosa nella testa, forse proprio perché ancora puro e scevro dalle frenesie e dalla frivolezza della musica italiana di allora. Guccini capì che non si poteva smettere di parlare degli abomini dei decenni precedenti, occorreva averli sempre ben lucidi nella mente, come fosse un monito che costantemente pungolasse le coscienze di tutti. Decise dunque di cantare del suo “vento”, quello che sbatacchiava senza tregua un bimbo prigioniero del campo di concentramento di Auschwitz, che non capisce tanta crudeltà, tanto male, non capisce quando questo vento lo lascerà finalmente in pace. L’avrebbe fatto solo per abbandonarlo fra le braccia della morte.

 

https://youtu.be/jW6sFPE6ybc

 

Gli Equipe 84 e il riconoscimento del brano. Ma, come detto, Guccini allora era un promettente menestrello di provincia o poco più, non era nemmeno iscritto alla Siae, e dunque non si occupò nemmeno di pubblicare la canzone. Che però raggiunse le orecchie degli Equipe 84, in quel periodo parecchio in voga, che provvederono a che il brano venisse registrato e diffuso dietro la firma di Maurizio Vandelli e Iller Pattacini, rispettivamente un membro degli E84 e un raffinato arrangiatore. La canzone uscì ufficialmente nel 1966, sul 45 giri Bang Bang/Auschwitz del gruppo, e fu un successo tale che Guccini non ci pensò due volte a far sapere all’Italia che il vero autore del pezzo era lui e a includerlo nel suo primissimo album, Folk Beat N.1.

 

 

Perché Auschwitz è così importante? Se Francesco Guccini non si fosse lasciato toccare e interrogare da Blowin’ in the wind di Bob Dylan, probabilmente, gran parte dell’inestimabile materiale dei grandi cantautori italiani non avrebbe mai nemmeno visto la luce. Fu lui, con questa canzone, a rompere gli schemi in cui si stava impaludando la nostra tradizione musicale, fu lui a conferire alla canzone il rango di strumento socialmente impegnato, inteso come mezzo per far conoscere e riflettere e come fine in cui incardinare il pensiero e la coscienza storica e personale. Guccini e Auschwitz, insomma, spalancarono le porte al formidabile repertorio che la nostra musica è stata in grado di proporre nell’ultimo quarto del Novecento. Quest’anno, in occasione proprio del cinquantesimo compleanno di La canzone del bambino nel vento, Auschwitz, il cantautore modenese si recherà, insieme ad alcune classi delle medie di Bologna, presso il campo di concentramento di Auschwitz, per scoprire se quel “vento” tira ancora forte e tragico come allora, o se il suo monito lanciato mezzo secolo fa ne ha, anche solo di mezzo nodo, placato il soffio.

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