Aveva 97 anni

Addio a Tarcisio Fornoni, collaborò con don Seghezzi per far scappare gli ebrei

Addio a Tarcisio Fornoni, collaborò con don Seghezzi per far scappare gli ebrei
Bergamo, 05 Luglio 2020 ore 23:46

All’età di 97 anni è morto a Bergamo Tarcisio Fornoni, uno degli ultimi testimoni degli anni del fascismo e della Liberazione. Fornoni fu un giovane collaboratore di don Antonio Seghezzi, il sacerdote bergamasco morto a Dachau nel maggio del ‘45 del quale è in corso la causa di beatificazione. Più volte, sollecitato da don Seghezzi, Fornoni aiutò famiglie di ebrei a salvarsi. Due anni fa, in occasione del 25 Aprile, il nostro settimanale lo ha intervistato sulla Bergamo di allora. Riproponiamo qui di seguito le sue parole. Tarcisio Fornoni lascia nel dolore la moglie Gabriella Fogaroli e i quattro figli Carlo, Maurizio, Cecilia e Giovanni. I funerali si terranno oggi, lunedì, alle 15.30, alla chiesa delle Grazie.

di Paolo Aresi

«Don Antonio Seghezzi mi chiese di andare ad aiutarlo dopo la scuola. Lui era assistente della gioventù di Azione Cattolica e aveva lo studio al numero 4 di via Paleocapa. Fra le tante cose, teneva anche la corrispondenza con i giovani di Ac che erano in guerra. Ma da solo non poteva farcela, allora aveva chiesto una mano ad alcuni di noi».

La causa di beatificazione sembra ferma.

«Sembra anche a me, forse perché qualcuno ha parlato di un suo essere partigiano. Ma non è così, don Antonio non era partigiano e non era fascista. Aiutava i perseguitati. Come don Bepo Vavassori, come don Crippa, don Carlì del Seminarino e tanti altri preti. Don Bepo nascose al Patronato partigiani, ebrei e, dopo la Liberazione, anche tanti fascisti».

Ma lei che cosa pensa di don Seghezzi?

«Io penso che fosse un santo, altroché. E che quindi la causa di beatificazione debba andare avanti, senz’altro».

Lei è nato a Bergamo nel 1923.

«Sì, compirò i novantacinque anni a novembre. Me la cavo. Sono nato, cresciuto, quasi sempre stato a Bergamo. A parte un periodo a Roma, per l’Azione Cattolica, tre anni; mi volle Carlo Carretto. Conobbi bene Gedda, Emilio Colombo. Ma poi preferii tornare a Bergamo. Mio padre era stato per sessant ’anni il commesso della libreria e cartoleria Greppi, in Sant’Alessandro. Greppi era una personalità, aveva fondato l’oratorio dell’Immacolata che proveniva dall’opera di don Carlo Botta e dall’oratorio di via S. Antonino».

Che lavoro ha fatto?

«Sono diventato maestro elementare a diciotto anni, nel giugno del 1941. Poi ebbi la fortuna di venire riformato alla visita militare. Troppo gracile».

Come ha vissuto gli anni della guerra?

«Prima di tutto una cosa: per fare il maestro, ho dovuto giurare fedeltà anche a Mussolini, oltre che al re. Mio padre lavorava per un privato e aveva evitato questo passaggio. Ma io non potevo. Ne parlai con mia madre che mi disse di firmare, che tanto era un giuramento che non valeva niente perché non era fatto con il cuore».

Prima destinazione?

«Spirano. Andavo in stazione mezz’ora prima per aiutare l’autista ad accendere la corriera, andava a carbonella, aveva la caldaia. Scendevo all’incrocio della Basella e poi andavo a piedi. Mi diedero il tesserino di lavoratore della Todt e potevo girare tranquillamente per tutta la provincia. Fu anche per questo che don Seghezzi mi chiese di accompagnare gli ebrei».

Ci spieghi.

«Dopo l’8 settembre, la situazione anche a Bergamo si era fatta pesantissima per gli ebrei. Diversi preti bergamaschi si erano organizzati per fare scappare queste famiglie. Tra loro c’era anche don Antonio. L’organizzazione era sostenuta da don Liggeri che, a sua volta, faceva riferimento al cardinale Schuster di Milano. Don Antonio Seghezzi mi pare che per tre volte mi chiese di accompagnare degli ebrei fino a Calolziocorte da don Frigeni, curato dell’oratorio. C’era anche don Bolis, arciprete. Don Bolis venne poi chiuso a San Vittore, morì in seguito ai maltrattamenti».

Che cosa ricorda di quei viaggi?

«Ricordo che partivamo da piazza Pontida. Mi torna in mente in particolare una famiglia, forse lui era medico, c’erano anche la moglie e due figli. Eravamo tutti in bicicletta, facemmo le strade interne, quelle verso Palazzago, Monte Marenzo, evitammo la statale, per ovvie ragioni e ce la facemmo. Quella volta della famigliola me la ricordo proprio bene».

Come si sentiva lei, giovane, davanti al fascismo?

«Io venivo da una famiglia antifascista, mio padre quando passavano le loro manifestazioni saliva in solaio “a riordinare”. Non voleva sentirli. E io avevo fatto le scuole al S.Alessandro, dai preti, quindi avevo assorbito una cultura profondamente cattolica, non certo fascista. Però, come tutti i miei coetanei, dovevo partecipare al sabato fascista: per cinque ore si andava a marciare, su e giù lungo la via dei Mille (oggi via Paglia), con tanto di divisa. E ci facevano cantare: “E se la Francia la fa la troia, Nizza e Savoia noi prenderem!”. A me sembrava anche allora una cosa noiosa e sciocca. E bisognava andare nella piazza del littorio (piazza Libertà) ad ascoltare le concioni del federale fascista. E c’erano anche i gruppi rionali… ricordo una volta che il segretario rionale disse che non bastava che fossimo fascisti al cento per cento, ma che dovevamo esserlo al cento per mille. Io commentai che allora era solo il dieci per cento… presi un gran calcione negli stinchi».

Poi è arrivata la guerra.

«Quel 10 giugno del 1940 quando venimmo invitati a scendere nel cortile del palazzo per ascoltare il discorso di Mussolini. C’era l’obbligo nei grandi caseggiati di avere un impianto per diffondere la voce del duce. E mi ricordo benissimo quelle parole: “Ho appena consegnato agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna la dichiarazione di guerra…”. Cosa posso dire? No, non ero affascinato da quelle parole. Però c’erano dei miei amici, dei compagni di scuola che invece erano entusiasti, e io cercavo di capire perché loro fossero contenti della guerra, ma non ci riuscivo».

Che cosa le dava più fastidio del fascismo?

«Mi dava fastidio che ci fossero delle persone che valevano poco o niente che indossando gli stivali e la divisa nera si sentivano dei padreterni, diventavano padroni del mondo. Mi diedero fastidio le leggi razziali. Non capii la guerra».

Si avvicina la festa del 25 aprile.

«Fu un contentino che venne dato ai comunisti a Roma. In realtà bisognerebbe festeggiare il 10 luglio per i siciliani, il 4 giugno per i romani, il 28 aprile per i bergamaschi… Io ricordo che il giorno 25 aprile a Bergamo tutto fu normale e che andai tranquillamente a scuola con il treno, la Littorina, e che mi fermai come sempre a Ponte San Pietro perché insegnavo a Brembate Sopra. Facevo scuola nel granaio della famiglia Goisis verso il ponte di Briolo perché l’edificio scolastico era occupato dagli addetti del campo di volo Caproni. Poi il 27 verso sera arrivarono i carri della Quinta Armata americana e quella fu davvero una grande festa lungo la via Palma il Vecchio e la via Broseta. La sfilata dei partigiani fu meno ricca di giubilo da parte della gente».

Perché?

«Perché i partigiani avevano fatto ottime cose, ma anche avevano compiuto azioni che alla gente avevano dato fastidio. Per esempio l’esecuzione di quei quaranta ragazzi della Tagliamento che si erano arresi e avevano deposto le armi al Passo della Presolana. O le fucilazioni sommarie. I liberatori non dovevano uccidere, non dovevano scendere al livello dei nazifascisti. Anche se non dobbiamo pensare con la mentalità di oggi, ma con quella di allora».

Che cosa è stata la Liberazione?

«È stata una cosa comunque meravigliosa, ho goduto il gusto della ritrovata libertà, di potere parlare liberamente, di potere dire quello che pensavamo. Questa è una grande ricchezza, non dimentichiamolo mai».

Lei entrò subito nella Democrazia Cristiana.

«Ho sempre fatto politica amministrativa, a livello locale. Sono stato per dieci anni assessore in Provincia, poi per cinque anni assessore in Comune. Ma la Dc cittadina non mi vedeva bene. Mi fecero ruotare dalla sanità, all’assistenza, alla pubblica istruzione. In soli cinque anni!».

Che cosa pensa della politica di oggi?

Tarcisio Fornoni, seduto nel tinello della sua vecchia casa, non risponde, ma il suo sguardo si è fatto malinconico.

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