La Kamila di Brignano

Un’azienda ostaggio del sindacato

Un’azienda ostaggio del sindacato
02 Maggio 2017 ore 06:30

Un anno e mezzo di guerra: scioperi, picchetti ed esposti ad Ats, Ispettorato territoriale del lavoro e Prefettura da un lato; denunce per minacce, scioperi bianchi con conseguente calo della produttività e rottura volontaria di merci e beni strumentali dall’altra. Questo è ciò che sta accadendo, dal settembre 2015, al magazzino logistico di Brignano Gera d’Adda.

I protagonisti dello scontro sono la società Kamila, le cooperative dei consorzi Cisa e Cls e il sindacato di base Slai Cobas. Uno stabilimento non nuovo a fatti del genere: già nel 2011, infatti, i lavoratori (quasi tutti iscritti a Slai Cobas) erano arrivati a un duro scontro con gli allora proprietari della piattaforma, la multinazionale tedesca della logistica Kuehne Nagel. Un anno e mezzo fa il magazzino è passato alla Kamila, società della BB Holding, proprietaria anche della Italtrans di Calcinate. La vendita dello stabilimento ha provocato malumore tra i circa duecento dipendenti, quasi tutti stranieri e allora assunti dalla cooperativa Lothar Service di Treviglio. Le rassicurazioni di Kamila circa il mantenimento dei posti di lavoro hanno inizialmente calmato le acque, ma la situazione è degenerata nell’aprile 2016, quando la Lothar, a cui era appaltata la gestione operativa del magazzino, s’è ritirata.

 

 

A quel punto Kamila ha appaltato l’attività alle cooperative dei consorzi Cisa e Cls e ha stipulato un nuovo accordo contrattuale con le sigle sindacali che, a livello nazionale, hanno sottoscritto il contratto di settore, ovvero Uiltrasporti, Filt Cgil e Fit Cisl. Da questa trattativa è rimasto fuori Slai Cobas, poiché non firmatario del Ccnl. Secondo Matteo Testa, direttore delle risorse umane di BB Holding, «l’accordo ha riportato la situazione contrattuale dei dipendenti all’interno dei binari della legalità». In precedenza, infatti, le buste paga dei lavoratori presentavano diverse irregolarità contabili: si parla di cifre nette elevate (che sfioravano anche i tremila euro al mese) elargite però attraverso rimborsi spese e quote trasferte poco chiare e detassate.

Lo conferma Giacomo Ricciardi, segretario generale di Uiltrasporti Bergamo: «Era una situazione al limite che abbiamo ricondotto nella legalità applicando quanto previsto dal contratto nazionale». Renato Lorenzi di Fit Cisl Bergamo è ancora più chiaro: «Quello con Kamila è stato uno dei migliori accordi che siamo riusciti a ottenere nel settore: la totale conferma dei posti di lavoro, non obbligatoria secondo il contratto nazionale, e il passaggio dal tempo determinato a quello indeterminato di quasi tutti i dipendenti. Kamila e le cooperative che operano a Brignano sono realtà positive e in regola». Dal canto suo, Kamila sottolinea come, sin dall’inizio, si stia facendo tutto il possibile per tenere in vita lo stabilimento: «Ad aprile, al momento del cambio di appalto – spiega Matteo Testa –, ci siamo sobbarcati anche il TFR di tutti i lavoratori che non era stato pagato. Stiamo parlando di 475mila euro circa. E questo in aggiunta ad aver mantenuto l’intera forza lavoro».

 

 

Non sono della stessa opinione, però, i lavoratori della piattaforma di Brignano iscritti allo Slai Cobas, che dal giorno seguente alla firma dell’accordo hanno iniziato una dura protesta, accusando Kamila di «affamare» i lavoratori e di applicare «condizioni di lavoro da schiavitù». Nell’arco di dodici mesi è successo di tutto e la situazione ha messo in ginocchio la società: a causa degli scioperi selvaggi e dei sabotaggi subiti, le perdite ammonterebbero a diversi milioni di euro, a cui vanno aggiunte quelle delle cooperative, costrette a sobbarcarsi ulteriori spese (tra cui diverse assunzioni a tempo determinato) per far fronte alle richieste dei clienti. In diversi periodi, per coprire il settanta per cento delle commesse, è stato necessario avere anche trecento lavoratori, quando in condizioni normali ne sarebbero bastati circa centocinquanta per coprire il cento per cento dell’attività e chiudere l’anno in attivo. «La verità è che sin dall’inizio Kamila ha un solo obiettivo: chiudere lo stabilimento di Brignano – afferma Sergio Caprini, rappresentante dello Slai Cobas -. A loro interessano i clienti del magazzino, non i lavoratori. Se non hanno ancora chiuso è solo merito della resistenza coraggiosa dei nostri iscritti».

Una resistenza fatta di scioperi, picchetti e, denunciano Kamila e le cooperative, anche di sabotaggi effettuati attraverso danneggiamenti e minacce ai lavoratori non iscritti allo Slai Cobas. «Abbiamo denunciato alle autorità diverse situazioni gravi. Lavorare così è praticamente impossibile» spiega Silvio La Falce, presidente del consorzio Cisa. Che aggiunge: «Da aprile 2016, quando siamo entrati in questa realtà, è cominciato un vero e proprio calvario, sebbene tutto sia stato eseguito nel totale rispetto del contratto di settore». Caprini, dal canto suo, giustifica così la propria azione sindacale: «Abbiamo denunciato oltre cinquecento casi di allontanamento arbitrario e ingiustificato di lavoratori che si vedono interrotta istantaneamente la giornata lavorativa con conseguente riduzione delle ore lavorate e del salario. E mentre loro restano a casa, a Brignano vengono fatti affluire lavoratori da altre piattaforme dove operano le cooperative».

 

 

Una sentenza del Tribunale di Bergamo datata 20 marzo, però, sul punto dà ragione alle cooperative e la posizione di Slai Cobas non viene condivisa neppure dagli altri sindacati, come spiega Marco Sala di Filt Cgil: «Conosco bene la difficile situazione di Brignano, emblematica purtroppo di una situazione sempre più frequenta a livello nazionale. C’è una realtà imprenditoriale che opera nella regolarità e lo Slai Cobas che, invece, combatte una guerra a oltranza. La corda la si può anche tirare un po’, ma alla lunga rischia di rompersi…». Recentemente nove dipendenti tesserati Slai Cobas sono stati licenziati (e altri due sono stati sospesi) per sabotaggio. Il sindacato ha ovviamente impugnato il provvedimento, accusando le cooperative e Kamila di accanimento contro i propri aderenti.

Nonostante le continue tensioni, però, le autorità non hanno ancora preso alcun provvedimento. Soltanto la Prefettura, nel novembre 2016, ha provato una mediazione tra le parti, ma è stato un buco nell’acqua, con Slai Cobas che ha ben presto ripreso gli scioperi, attuati senza soluzione di continuità e con preavvisi minimi, come dimostrano le mail inviate alle cooperative. Kamila, giunti a questo punto, non nasconde le grandi difficoltà che sta vivendo: «Abbiamo fatto e stiamo facendo il massimo per risolvere la situazione – afferma Testa –, ma per tutta risposta ci troviamo a dover affrontare ogni giorno questi fatti, divenuti insostenibili sia dal punto di vista economico che da quello psicologico». La Falce aggiunge: «Abbiamo tentato tutte le strade diplomatiche, ma Slai Cobas non ha mai accettato un confronto. Qual è la soluzione? Non lo so francamente». La sensazione è che la corda, purtroppo, si sia già rotta.

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