Oggi è la giornata mondiale

Alzheimer malattia dimenticata Ecco come ridurne il rischio

Alzheimer malattia dimenticata Ecco come ridurne il rischio
Cronaca 21 Settembre 2014 ore 14:10

Il 21 settembre è la XXI Giornata Mondiale dell’Alzheimer, da cui ci si attenderebbe l’inizio di un giro di boa. Perché, sulla malattia, si è detto di tutto e tante sono state ipotesi. Nessuna certezza, però: l’unica, al momento, è che l’Alzheimer può essere diagnosticato solo post-mortem, con delle indagini accurate sul cervello. Ma ora si comincia a guardare a questa grave condizione di disabilità con più ottimismo: grazie anche alla decisione del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di inserire nell’agenda del semestre italiano di presidenza europeo, illustrato a Lussemburgo il 20 giugno scorso, un piano per la lotta alle demenze, Alzheimer compreso, ancora inesistente a livello nazionale nel nostro Paese.

Una necessità, considerati i dati sulle malattie neurogenerative che lasciano poco spazio alle interpretazioni: circa 44 milioni di casi nel mondo, cui si aggiunge, in previsione, un’impennata pari al doppio entro il 2030 e al triplo alle soglie del 2050, complice l’innalzamento dell’età media. È quanto stima il World Alzheimer Report 2014, il Rapporto mondiale sulla malattia realizzato da Alzheimer’s Disease International ADI, la Federazione internazionale comprendente 84 associazioni in tutto il mondo, con il supporto del gruppo internazionale di assistenza sanitaria Bupa, pubblicato con qualche giorno di anticipo dall’anniversario, che avrà quest’anno come slogan e filo conduttore il tema Demenza. Possiamo ridurre il rischio?, e dal III Mese Mondiale Alzheimer.

Un piccolo vademecum per ridurre il rischio. Non è mai troppo tardi per cambiare. Anzi, nel caso dell’Alzheimer e delle demenze, sarebbe pressoché necessario perché, nonostante sia difficile (impossibile) la diagnosi precoce, gli esperti ritengono che l’assunzione di un corretto stile di vita possa aiutare a mettere un freno alla malattia. Lo ribadisce chiaro anche il Report annuale, con 5 mosse protettive:

  1. Prendersi cura del cuore. Molti studi scientifici dimostrano che controllando pressione sanguigna (ipertensione), rischio cardiovascolare, diabete, colesterolo e peso (obesità) potrebbe ridursi la probabilità di sviluppo di demenze anche in età avanzata. Di contro, la glicemia potrebbe aumentare del 50 percento il rischio di malattia. È quanto emergerebbe anche da uno studio sul Journal of the American Heart Association, che ha monitorato per 4 anni over 45enni con funzionalità cognitiva nella norma e senza familiarità per ictus attraverso il Life’s Simple 7, un test di benessere cardiovascolare.
  2. Praticare attività fisica regolare. Lo attestava già uno studio del 2011 della University of Pittsburgh (Pennsylvania, Stati Uniti), secondo cui percorrere circa 8-10 chilometri a piedi ogni settimana (1.500 al giorno) può aiutare a rallentare il declino del volume cerebrale e delle capacità cognitive con evidenze maggiori nelle persone con demenza senile e morbo di Alzheimer rispetto a quelle sane. Una riduzione, secondo i più recenti studi osservazionali (benché non del tutto conformi), ipotizzabile anche fino al 40%.
  3. Seguire una dieta sana. Integrata soprattutto con olio di oliva, pasta integrale, molta verdura, pesce, frutta secca oleosa (nocciole, mandorle, noci) e carne di pollo. Sono infatti alimenti ricchi di acidi grassi polinsaturi e omega-3 che avrebbero la capacità di ridurre i tassi sanguigni della proteina beta-amiloide, associata a problemi di memoria e alla malattia di Alzheimer. In generale, è consigliata una dieta mediterranea che avrebbe effetti positivi sulla prevenzione di turbe cognitive leggere che possono precorrere l’Alzheimer. La dieta però, da sola, non basta, va accompagnata anche dall’abolizione del fumo che ne riduce il rischio – nel rapporto si attesta che l’incidenza della patologia tra persone con più di 65 anni è la stessa tra gli ex-fumatori e chi non ha mai fumato, mentre è più alta per chi fuma ancora – e dall’esercizio fisico, appunto.
  4. Insegnare al cervello a superare delle sfide. Mantenerlo, cioè, istruito. Cultura e conoscenze acquisite nel corso della vita non influirebbero sui cambiamenti cerebrali che portano alla demenza, ma avrebbero un impatto sul funzionamento intellettuale. Così, chi ha avuto opportunità educazionali e formative migliori presenterebbe un rischio più basso della malattia in età avanzata. In particolare, sarebbe importante potenziare le capacità del cervello nella mezza età, affinché i cambiamenti cerebrali si verifichino decenni prima della comparsa di eventuali sintomi. Non sono però da dimenticare, i fattori di rischio legati a disturbi di natura psicologica, per i quali ci sono forti evidenze che la depressione possa aumentare il rischio di demenza. Secondo il Rapporto, si ipotizza che anche lo stress di tipo psicologico abbia lo stesso effetto.
  5. Godere delle attività sociali. Un aspetto, quelle delle relazioni interpersonali,sottovalutato o poco conosciuto. Dall’indagine Bupa emerge che solo il 17% delle persone sa che la socialità può ridurre il rischio di demenza.

Un test da 15 minuti. Poco, ma sufficiente per autosomministrarsi un test, rapido, di facile intuizione, che può essere compilato ovunque, in qualsiasi momento ed aiuta a misurare la memoria, il linguaggio, l’orientamento, la capacità di ragionamento e calcolo, funzioni che progressivamente vengono meno in malattie neurodegenerative come la demenza precoce o l’Alzheimer. Si chiama SAGE test (Self-Administered Gerocognitive Examination), è una realtà in America, ed è utile ad individuare precocemente i primi segnali della malattia di Alzheimer. Somministrato a più di mille persone di 50 anni e oltre reclutate in diverse strutture, tra cui case di riposo, centri per anziani o specialistici, ha consentito di rilevare nel 28% dei casi un indebolimento cognitivo, nell’80% (4 persone su 5) lievi problemi di memoria e ragionamento e nel 95% dei casi alcuna alterazione delle diverse funzionalità e di cominciare rapidamente una terapia che di norma viene intrapresa 3-4 anni dopo la prima comparsa dei sintomi con inevitabili conseguenze. L’attesa (e la speranza) è che, presto, il test arrivi anche in Italia.

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