Un lusso per pochi

Amburgo, Boston e le altre città che dicono “no” alle Olimpiadi

Amburgo, Boston e le altre città che dicono “no” alle Olimpiadi
01 Dicembre 2015 ore 11:15

Filo spinato, livelli d’allerta opprimenti, soldi che vanno in fumo, telecamere troppo indiscrete. Il tutto abbracciato da cinque cerchi olimpici, che uniscono l’altra faccia della medaglia delle grandi manifestazioni sportive, un vero spauracchio per sempre più città. L’ultima a schierarsi dietro a questo murales è stata Amburgo: domenica i cittadini della metropoli tedesca hanno votato chiaramente perché venisse ritirata la candidatura alle Olimpiadi del 2024. Il 51,7 percento di chi si è recato alle urne ha preferito dire “no” alla vetrina internazionale che questo genere di eventi può offrire ad una città, intimoriti dalle spese eccessive che, per forza, ricadrebbero sulle tasche dei cittadini (si stimava almeno 7,4 miliardi di euro). Il ritorno economico sarebbe parziale, per di più troppo ridotto nel tempo. Meglio così non rischiare e lasciare che siano altre città a prendersi sulle spalle l’organizzazione dell’evento.

 

 

Chi resta in corsa. Restano così in corsa in quattro per la nomina ufficiale del 2024: Roma, Los Angeles, Parigi, Budapest. Nel 2017 si saprà con certezza a chi capiterà l’onere che, mai come adesso, spinge a tante riflessioni sui costi che ospitare lo sport è arrivato ad avere. Perché a fare la stessa scelta di Amburgo, prima, erano state anche Toronto e Boston. La città canadese a settembre si era trovata senza appoggio di sponsor e aziende, mentre nella capitale del Massachusetts avevano deciso, di fatto, i cittadini: il comitato promotore si era fatto da parte una volta appurato l’umore della gente, contraria al fatto che si dovessero spendere milioni di dollari anche solo per portare avanti la candidatura. Uno scenario già visto, mesi fa, per le Olimpiadi invernali del 2022: qui si ritirarono in serie Oslo, Cracovia, Monaco, Davos e Stoccolma, sempre per evitare i costi troppo alti.

 

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Un lusso per pochi. Perché ormai l’organizzazione di Olimpiadi, Mondiali e rassegne sportive si è trasformato in un lusso per pochi, appannaggio quasi esclusivamente di economie emergenti come Qatar e Brasile, con il vecchio mondo occidentale (pure quello “ricco” di Germania, Stati Uniti e nord Europa) timoroso di fare un passo più lungo della gamba.  La carrellata delle rassegne a cinque cerchi (e dei loro costi) è eloquente: è vero, Londra fu un successo e chiuse in positivo di ben 1 milione di euro, ma prima di questa ci furono solo edizioni in rosso, fin da Los Angeles 1984. In Grecia, il passivo per Atene 2004 fu di quasi 10 miliardi e per molti avrebbe dato il “la” al crack economico del Paese, quello di Barcellona ’92 toccò 6 miliardi, mentre per Pechino 2008 le casse pubbliche ce ne rimisero fino a 40. Andando ancora più indietro, famosa è la storia di Toronto 1976: doveva costare 250 milioni di dollari, alla fine il conto fu più di 2 miliardi. Per trent’anni, in Canada, fu posta una tassa speciale sui tabacchi per ripagare il debito, sanato solo nel 2006.

 

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E Roma? E all’epoca i livelli di sicurezza non erano quelli di oggi, con la minaccia islamica che da 15 anni monopolizza qualsiasi evento di grandi dimensioni, costringendo a blindare le città e ad impiegare un gran numero di agenti di polizia. Meglio quindi farsi da parte, dicono sempre più città. Per gli Europei di calcio ci hanno già pensato: nel 2020 saranno “diffusi”, spalmati su diverse nazioni con un’unica sede per semifinale e finale. Un modello che però non è applicabile alle Olimpiadi, che per vocazione e necessità concentrano tutto in pochi chilometri quadrati. Così, la domanda ora sorge inevitabile: ce la farà Roma a dare credito e, soprattutto, fondo alla sua candidatura?

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