Cronaca
Il dipartimento fondato da Veronesi

Non più pazienti, ma persone Ci è arrivata anche la medicina vip

Non più pazienti, ma persone Ci è arrivata anche la medicina vip
Cronaca 07 Luglio 2015 ore 15:39

Martedì scorso all’Università Statale di Milano è stato istituito il dipartimento di Oncologia. Cofondatori l’Istituto dei Tumori, lo Ieo (Istituto Europeo di Oncologia), l’Ospedale Maggiore Policlinico, le aziende ospedaliere San Paolo e Niguarda di Milano. Nomi che vogliono dire soprattutto Gianni Bonadonna per l’istituto dei Tumori e Umberto Veronesi per lo Ieo. Guardare la cosa in positivo significa rallegrarsi per la disponibilità a far convergere in vista di uno scopo nobile - la lotta contro il cancro - energie fino ad ora disperse in mille rivoli. Guardarla con sospetto evoca il timore che si tratti di un disegno per allargare ulteriormente il potere che già qualcuno detiene nell’ambito della ricerca.

Il corso di Medicina della persona. A corroborare la seconda ipotesi sta l’annuncio dell’istituzione - nel dipartimento - di una nuova materia d’insegnamento: la medicina della persona, nozione la cui scoperta viene attribuita ai due illustri clinici che tutto il mondo ci invidia. O per lo meno al maestro del primo, l’oncologo David Karnowsky. Mentre era noto ancor prima che essi nascessero che l’idea secondo la quale il medico dovesse pensare di avere davanti una persona e non soltanto un paziente risale almeno a tale Juan Ciudad, meglio noto come Giovanni di Dio, fondatore dell’ordine ospedaliero detto dei Fatebenefratelli, santo dal 1690. Allo stesso modo risale a parecchi anni fa l’idea che si debba curare il malato e non la malattia.

 

 

Lo sguardo dei medici. Così che quando Veronesi, intervistato in proposito, annuncia che la prima cosa da fare in direzione dell’umanizzazione della medicina sarebbe quella di «sostituire la parola paziente con la parola persona» ad alcuni sembrerà una grande novità, altri sentiranno il proprio cervello tirare un sospiro che potrebbe significare «finalmente! Dopo anni di: la scienza, la scienza, la scienza». Altri ancora storceranno il naso pensando che non basterà sostituire una parola all’altra perché i medici mutino lo sguardo su chi hanno davanti.

L'alleanza tra medico e paziente. Magari, studiando, lo impareranno, potrà obiettare qualcuno. Però quando si legge che «fi­nal­men­te il pa­zien­te di­ven­ta ma­te­ria di stu­dio al pa­ri dell’ana­to­mia e dell’in­for­ma­ti­ca, fi­nal­men­te nel­le fa­col­tà ar­ri­va una le­zio­ne fon­da­men­ta­le per chi cre­de nell’al­lean­za tra me­di­co e pa­zien­te: la me­di­ci­na del­la per­so­na», si può anche immaginare che il giornalista che riferisce del convegno di lancio dell’iniziativa abbia capito male, ma è più probabile che riferisca bene quel che è stato detto, ossia che il famoso paziente, che però dev’essere una persona, diventi l’ennesimo - forse più raffinato, ma comunque ennesimo - argomento di studio, al pari dell’informatica.

 

 

Moscati, Pampuri e gli altri. Anche una frase come «capire la sofferenza», enunciata dal professor Bonadonna come il segno distintivo del nuovo medico potrebbe, in questo complesso di pensieri, suonare come uno slogan. Sono decenni infatti che questa comprensione fa parte del bagaglio di medici forse non scientificamente umani, ma umani certamente sì: naturalmente, semplicemente umani per formazione generale, acquisita in famiglia. Ci hanno fatto anche una fiction su Giuseppe Moscati, il medico napoletano che curava le persone perché ne capiva la sofferenza. Vogliamo parlare di Riccardo Pampuri, operante nel terrirorio tra Morimondo e Pavia? O, per lasciar stare i santi, potremmo ripensare alle parole di ringraziamento indirizzate dalla meravigliosa Sherry Turkle ai colleghi del Mental Health Service of the Harvard University Health Service, che per tutta la durata della ricerca l'avevano aiutata "a diventare un clinico migliore, o, in altre parole, un miglior ascoltatore" (who helped me to become a better clinician, that is to say a better listener. S.T., Il secondo "io").
Il potere, ha scritto qualcuno anni fa, si esprime soprattutto nella rivendicazione di essere il primo a dire qualcosa che, noto da sempre, è stato da sempre rifiutato e negato da coloro stessi che adesso vorrebbero assumersene la paternità.

 

Curare le afflizioni del cuore. E dunque, bene se il nuovo pool riuscirà a sconfiggere il cancro. Bene se medici che - formati nella stessa pratica che ha permesso di diventar grandi ai testimonial della nuova medicina - sarebbero cresciuti disumani incontreranno sulla loro strada anche il suggerimento di ascoltare i malati un po’ più a lungo di quanto non farebbero istintivamente. Dedicare ai propri pazienti qualche secondo in più di attenzione riduce di moltissimo il rischio di ricorsi legali, fece notare anni fa un ricercatore americano in un famoso studio ripreso dall’ancor più famoso divulgatore scientifico Malcom Gladwell. Meglio ancora, pensiamo tuttavia, se i docenti della nuova “materia”, prima di mettersi ad insegnare, volessero andare a scuola - o almeno fare una ricognizione, per la bibliografia - da chi per secoli non si è limitato a sostituire una parola con un’altra all’interno della propria ideologia medica ma si è speso - spregiato dalle consorterie dei potenti - nella cura delle persone, cominciando dalle afflizioni del loro cuore.

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